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HomePolitica Messina (Telefono Rosa): “Il nuovo ddl stupri può scoraggiare le denunce”

“La parola ‘consenso’ nel ddl?
È l’unico modo per combattere
contro la violenza sessuale”

La psicologa Valeria Messina a Lumsanews

“Il nuovo testo perde di vista la donna”

di Sofia Landi08 Febbraio 2026
08 Febbraio 2026
La psicologa Valeria Messina

Valeria Messina, specialista in psicologia giuridica e forense e responsabile del centro antiviolenza Paola Lattes di Telefono Rosa

Che cosa accade quando una donna vittima di violenza decide di chiedere aiuto? Perché spesso è impossibile esprimere un dissenso verbale durante un abuso? Tra trauma e rischio di rivittimizzazione, la psicologa Valeria Messina, responsabile del centro antiviolenza Paola Lattes dell’associazione Telefono Rosa, spiega a Lumsanews le criticità del ddl riformulato dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno e basato sul concetto di dissenso. 

Dottoressa Messina, la Commissione Giustizia del Senato ha approvato un nuovo testo base per il disegno di legge sulla violenza sessuale. Dalla proposta scompare il concetto di consenso, sostituito con quello di volontà contraria. 

“Le parole sono fondamentali. Il consenso si basa sull’autodeterminazione della donna, mentre con questa modifica si riduce la sua centralità. Nel momento in cui parliamo di dissenso viene a mancare il focus sul freezing e sull’aspetto psicologico della paura che caratterizza molti casi di abuso”. 

Parliamo di violenza sessuale. Quali sono le reazioni più comuni delle vittime durante l’abuso?

“Partiamo dal presupposto che la violenza sessuale mina l’intimità dell’altro, come se ci fosse una violazione completa dello spazio vitale. Il caso del freezing è particolarmente frequente: la persona si congela e aspetta che l’abuso finisca. È una reazione primordiale dell’essere umano legata allo spirito di sopravvivenza”. 

Il testo di legge rivisto dalla senatrice Giulia Bongiorno parla dei casi in cui la vittima resta in silenzio o paralizzata, ma molti ritengono che sia poco chiaro.

“Finché non saranno davvero resi espliciti i casi del freezing e del silenzio non si farà mai un passo avanti e basterebbe leggere la convenzione di Istanbul per capirlo”.

Un legge complessa potrebbe scoraggiare le denunce?

“Assolutamente sì. Già di base si fa fatica a denunciare la violenza sessuale. Se dovesse passare, la proposta potrebbe aumentare questa dinamica”.

Quale potrebbe essere il vero punto di svolta nella legge contro lo stupro?

“Scegliendo la parola consenso, prima di tutto. Un termine necessario anche per trasmettere questo concetto alle donne che subiscono senza aver ancora trovato la forza di farsi aiutare e denunciare. E inserendo, ma soprattutto rendendo esplicite, le dinamiche psicologiche. Anche perché solo in questo modo si potrà portare avanti un reale percorso di sensibilizzazione sul tema”.

Raccontare più volte gli abusi subiti può aggravare il trauma? 

“Ha un impatto traumatico sulla donna, ed per questo che spesso si parla di vittimizzazione secondaria della vittima. La migliore delle ipotesi dovrebbe essere la cristallizzazione della prima testimonianza data alle forze dell’ordine”. 

È possibile parlare di rivittimizzazione nei tribunali? 

“Non sempre, ma spesso accade”. 

Lei è responsabile di un centro antiviolenza. Come funzionano queste strutture?

“I cav sono una sorta di un punto di prima accoglienza. Il primo contatto con le vittime avviene tramite assistenza telefonica: le segnalazioni possono arrivare direttamente dalle donne, oppure da tutta la rete che le circonda. Quindi servizi sociali, forze dell’ordine e ospedali”. 

Come si svolge il primo contatto telefonico?

“Innanzitutto chiediamo alla donna di raccontarci ciò che ha vissuto o sta vivendo. In questo modo riusciamo a mettere a fuoco il tipo di violenza subita e valutiamo insieme a lei se c’è il rischio che si trovi in pericolo”. 

Gli step successivi quali sono?

“Se la vittima è in una condizione di pericolo ci attiviamo affinché venga inserita all’interno di una casa rifugio. Nel caso in cui non sia necessario, iniziamo un percorso con operatrici specializzate per lavorare sull’elaborazione della violenza. Abbiamo un team di avvocate che si occupa del supporto legale, organizziamo gruppi di autoaiuto e cerchiamo di inserire le donne nelle attività di cui hanno bisogno, grazie a convenzioni con diverse associazioni”.

Che cosa temono di più le donne che seguite: la denuncia, il processo o il periodo successivo?

“Secondo la mia esperienza la preoccupazione principale è il processo. Ma anche prima di andare a denunciare le vittime hanno sempre bisogno di molta rassicurazione”.

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