Gli animali del rifugio Italia Kj2 (così si chiamava l’orsa uccisa in Trentino nel 2017) hanno un nome e una storia alle spalle. Andrea Cisternino, proprietario dello shelter alle porte di Kiev, li tiene tutti a mente. Nonostante l’assenza di Internet e la linea telefonica precaria a causa dei bombardamenti, ha testimoniato a Lumsanews come una realtà considerata esclusivamente umana abbia ripercussioni gravissime anche sul mondo animale.
Cisternino, come è nata l’idea di aprire il rifugio?
“Ho iniziato la mia battaglia per l’uccisione dei cani randagi da parte dei dog hunters. Era un’operazione richiesta anche per gli Europei del 2012 in Polonia e Ucraina. Questo rifugio è pensato per far vedere alla Uefa e a chiunque faceva business col calcio che non era necessario uccidere degli esseri viventi. Bastava costruire delle strutture dove metterli. L’idea è nata per salvarne il più possibile”.
Quanti animali avete?
“Credo che abbiamo superato i cinquecento. Recentemente è arrivata una mucca da Zaporizhia, Alisa. Ci hanno messo quattro giorni a trasportarla perché i russi sparavano troppo. Poi sono arrivate anche delle cavie e dei cincillà da un ecopark bombardato a Kharkiv. Pochi sono stati salvati. Hanno colpito anche un canile, ormai la crudeltà dei russi sta devastando tutto”.
Il rapporto degli ucraini con gli animali è cambiato con lo scoppio della guerra?
“L’uccisione dei cani è rimasta costante nonostante il passaggio dal governo filorusso di Viktor Janukovyč a quello ucraino. Anche loro hanno diffuso video in cui terrorizzavano i civili e li obbligavano ad ammazzare i randagi. Con la documentazione e la diffusione televisiva di questo massacro, sono nate associazioni di giovani a tutela degli animali. Il rischio è stato altissimo. In quel periodo i dog hunters avevano commissionato la mia uccisione. Ho dovuto girare con la scorta. Nel 2015 hanno incendiato il mio rifugio. La colonna di fumo si vedeva da 25 km di distanza. Sapevo che non avrei trovato più nulla al mio arrivo”.
Sui social ha postato anche foto di animali portati al rifugio da soldati.
“Uno dei più recenti è Kabaciok, un maialino indonesiano salvato dai soldati ucraini nel Donbass e poi portato al mio rifugio. Si stava spostando verso le linee russe. Abbiamo anche cani di soldati che sono partiti per il fronte e purtroppo non sono più tornati. Molti li ho visti piangere, altri mi portano cucce e animali che trovano per strada”.
I civili supportano la vostra attività nonostante la guerra?
“La gente è cambiata completamente. Prima i cani li ammazzavano o li abbandonavano. Adesso, invece, mi contattano per le sterilizzazioni. In una campagna di sterilizzazione di tre giorni, sono arrivati 100 cani. Quando andiamo a fare missioni nelle città distrutte, i residenti ci chiedono di portare via il loro cane, la loro capra… Loro però non vogliono andare via. Rimangono lì e guardano piangendo il cane che si allontana sul furgone. Lo fanno per il loro bene”.
Qual è la reazione degli animali?
“Quando eravamo sotto bombardamento e gli spari si sentivano notte e giorno, abbiamo cercato di farli abituare a questi rumori. Molti non ce l’hanno fatta, sono morti di infarto”.
Quali sono le maggiori difficoltà nel soccorrere gli animali?
“I droni colpiscono indistintamente volontari, soldati, ambulanze e furgoni. Recentemente sono stati uccisi 13 cani, molti altri sono rimasti feriti. Colpiscono anche gli animali, non solo le persone. Ci hanno portato un pony, si chiama Ciuvariek. Un drone l’ha colpito a breve distanza e le schegge gli hanno ferito il muso. È rimasto cieco nonostante due operazioni, però fortunatamente ha creato un legame con un altro pony – Caramella – che gli fa da occhi”.
Ha mai pensato di abbandonare il progetto?
“Ormai da quattro anni vado a dormire non sapendo se mi rialzerò al mattino. Io rimango qua – non avrebbe senso andare via adesso – e spero di essere sempre fortunato”.


