Dopo quattro anni di guerra in Ucraina, il prezzo umano pagato dalla Russia è spaventoso. In un rapporto di gennaio 2026 il Center for strategic and international studies (Csis) con sede a Washington ha calcolato 1,2 milioni di militari tra morti, feriti e dispersi. Un bilancio senza precedenti, se si pensa alle cifre della decennale occupazione sovietica in Afghanistan (65.000 tra morti e feriti). O alle perdite americane nella guerra in Vietnam: 58.000 vittime e 153.000 feriti. O, se vogliamo fare un paragone storico con l’Italia, ai 650.000 morti della Prima Guerra mondiale.
La Russia sta perdendo un’intera generazione di giovani. Migliaia di morti alla settimana. In un recente reportage del Corriere della Sera, gli assaltatori scelti ucraini hanno fatto una confessione sorprendente: siamo stanchi di ammazzare soldati russi.
Eppure la guerra di occupazione continua senza sosta. Il presidente Vladimir Putin ha destinato quasi metà del bilancio federale russo a spese militari e di sicurezza. Le domande che si fanno strada sono: come è possibile che la società russa non si ribelli a questa carneficina? Non sa? Non vuol sapere? Ha paura di protestare? Oppure ritiene che questo sia il prezzo necessario da pagare in una contesa che secondo i vertici del Cremlino è diventata questione di vita o di morte per il Paese?
La prima risposta è: non c’è una sola risposta.
Da Mosca agli Urali: le aree di provenienza dei soldati russi
Secondo il sito internet fondato dalle Pussy Riot, Mediazona, sarebbero almeno 203.306 le perdite di militari russi dal 24 febbraio 2022 al 10 marzo 2026. In collaborazione con Bbc Russia, Mediazona ha compilato un elenco nominativo dei militari russi caduti in servizio, realizzando una mappa con le regioni di provenienza. Tra queste, i numeri più alti si registrano nell’area degli Urali: dalla Repubblica di Baschiria 8892 decessi. Seguono il Tatarstan con 7490 ed Ekaterinburg con 6860 morti. Perdite ingenti sono riportate anche a Chelyabinsk (6240) e nel territorio di Kuban, nei pressi del Mar Nero (6137). Nelle metropoli di San Pietroburgo e Mosca si rilevano rispettivamente 2127 e 3251 morti. A fronte della differenza di numeri, queste morti vengono percepite in modo più marginale nelle grandi città: “A San Pietroburgo viviamo in una bolla – racconta a Lumsanews Aleksey, impiegato della città degli zar – ma appena ci si sposta nelle aree rurali la realtà cambia drasticamente”. Dunque, la prima risposta possibile è che la maggior parte delle vittime proviene da aree periferiche e poco sviluppate del Paese, dove cioè si registra un reddito medio più basso rispetto alle metropoli e un alto tasso di disoccupazione.
Quei morti dunque non fanno quasi notizia nella Russia dei grandi centri urbani, quella se vogliamo più politicizzata.
Un incentivo fondamentale contro povertà e disoccupazione
In un Paese con l’economia stagnante, lo stipendio militare diventa un’attrazione. “La propaganda è ovunque – spiega Alexsey – dai poster per strada ai simboli dell’esercito, ma l’adesione non è quasi mai patriottica. È una questione di soldi. Ti promettono cifre enormi, anche 5 milioni di rubli (circa 50.000 dollari – ndr), per attirare chi non ha speranze in un’economia che non permette più di vivere bene”. Come riporta The Moscow Times, un soldato a contratto può guadagnare circa 200.000 rubli al mese (oltre 2.000 dollari), due volte e mezzo il salario medio nazionale. A questi si aggiungono consistenti bonus di reclutamento: nella regione di Chelyabinsk chi firma riceve subito 705.000 rubli. Nel distretto autonomo di Yamal-Nenets il premio arriva a 1,1 milioni. A Mosca, l’amministrazione promuove anticipi fino a 1,9 milioni di rubli, con una retribuzione annua che può superare cinque volte la media. “Fuori da Mosca e San Pietroburgo c’è il nulla. Gli stipendi sono bassissimi. Per un ragazzo di provincia, un contratto nell’esercito è una motivazione economica quasi irresistibile”, spiega Tatiana, cittadina russa che vive in Germania. Inoltre a chi si arruola è garantita assistenza medica, pensione e agevolazioni fiscali. Ad alcuni militari vengono riservati posti di lavoro al termine della guerra e ai loro figli borse di studio finanziate dallo Stato.
La crisi dell’arruolamento e la retorica bellica
Mentre i militari russi vengono decimati, Putin sta assoldando sempre più combattenti dall’estero. Dall’estate del 2022 l’organizzazione mercenaria Wagner ha cominciato ad arruolare detenuti. Poco dopo, il ministero della Difesa ha cominciato a occuparsi del trasferimento di condannati dalle colonie penali al fronte. Per rinforzare le proprie fila, il Cremlino ha messo in moto anche la macchina della propaganda: in televisione vengono trasmessi annunci di addestramento militare per i giovani e molti pensano di cogliere un’occasione. Lo racconta Yuri, russo emigrato in Turchia: “L’idea più diffusa per far arruolare ragazzi è che avranno ruoli militari sicuri, qualcosa di simile ai videogiochi. Ma il rischio di ritrovarsi in trincea è piuttosto alto”.
In questo modo i russi pensano di guadagnare un peso nella società: “Credono di diventare qualcuno – spiega Inna, ucraina originaria del Donbass – e in Russia, per tanta gente, questo conta tanto. Quando muoiono i giovani, le madri piangono però sono anche molto orgogliose. Ma a cosa serve un figlio eroe se non è vivo?”. Eppure, a vincere è sempre la retorica del “vero uomo” e del “difensore del Paese” all’interno degli annunci pubblicati sul motore di ricerca russo Yandex.
L'impasse esistenziale della Russia contemporanea, una questione psicologica
Dietro le porte chiuse delle case, rimane il timore di dire la cosa sbagliata. Il pensiero di molti va alle manifestazioni del 2022, duramente represse con arresti di massa, multe, nuovi reati e persecuzioni giudiziarie. “Sono finito in prigione e ci sono rimasto per un anno per aver postato alcuni commenti sull’attacco terroristico al Crocus City Hall nell’oblast di Mosca – dice Yuri a Lumsanews – Mi hanno accusato di terrorismo”. A oggi, la stanchezza generale dei russi nei confronti della guerra viene in gran parte annullata da un profondo atteggiamento culturale e storico.
Secondo Anastasia, psicologa di Mosca specializzata in studi sociologici, per la maggior parte della popolazione è psicologicamente inaccettabile non essere vincitori: “I russi non riescono a concepire un modello di vita alternativo per loro stessi e per il proprio Paese. Non si tratta solo di paura della repressione, è un vicolo cieco esistenziale”.
Le ferite del dopo Navalny
Ma l’aspetto psicologico che punta a fortificare la mistica di regime, secondo cui è vietato perdere, non spiega il clima di repressione spesso brutale e asfissiante nel quale si inquadra il silenzio dell’opinione pubblica riguardo alla tragedia raccapricciante che si sta verificando in Ucraina.
Il dissenso politico e sociale fa fatica a colmare il vuoto lasciato da Alexey Navalny, principale oppositore del presidente Vladimir Putin negli ultimi anni. Il 16 febbraio 2024, Navalny è morto nella colonia carceraria artica dove stava scontando una pena di 19 anni e lo scorso 14 febbraio cinque Paesi europei hanno accusato il Cremlino di averlo avvelenato. Dall’inizio del conflitto, fare attivismo per i diritti umani in Russia è diventato sempre più difficile. In un contesto segnato da repressioni e censure, molte realtà indipendenti sono state costrette a chiudere o a trasferirsi all’estero.
I diritti fondamentali sotto scacco
Timur Rakhmatulin, originario di Orenburgo – ma che dallo scoppio della guerra vive in Germania – racconta a Lumsanews perché è passato da un lavoro pubblico all’attivismo. “Con lo scoppio della guerra le organizzazioni indipendenti sono state etichettate come ‘agenti stranieri’, definizione che comporta restrizioni e una forte pressione politica”. Molti attivisti hanno così scelto l’esilio come via per poter continuare il proprio lavoro in sicurezza. Altri sono invece rimasti in Russia, continuando ad assistere le vittime ma evitando di esporsi pubblicamente.
Infine, non ultime, tra le cause del problema pesano le pressioni sui giornalisti. Emblematico tra i molti è il caso dell’Eco di Mosca, storica emittente indipendente costretta a chiudere nel 2022. “Tutti i giornalisti che si sono opposti alla guerra ora sono all’estero”, afferma Rakhmatulin. Il modo di fare attivismo per i diritti umani, in questi anni, si è evoluto. Chi difende i diritti continua a lavorare in condizioni sempre più difficili, spesso pagando un prezzo personale elevatissimo.
La Generazione Z russa continua a morire al fronte, nel silenzio.


