Nelle guerre c’è un dolore che raramente fa notizia: quello degli animali rimasti senza casa, cibo o cure. Dai rifugi evacuati ai randagi nelle città bombardate, l’emergenza è continua. Ne ha parlato a Lumsanews Beatrice Rezzaghi, che coordina le missioni dell’Unità Emergenze di Lav Italia.
Rezzaghi, in che modo la guerra colpisce gli animali?
“Bisogna fare una distinzione tra animali domestici con una famiglia di riferimento e quelli che si trovano nei rifugi. I primi subiscono il trauma degli spostamenti. La situazione è diversa per canili e gattili: spesso i volontari tengono duro e rimangono. Però, in Ucraina come a Gaza, si sono dovuti spostare per gli ordini di evacuazione o per la scarsa disponibilità di cibo e farmaci. I randagi, invece, vivono problematiche simili a quelle delle specie selvatiche, come la distruzione dell’habitat”.
Con Lav siete stati in Ucraina. Che situazione avete trovato?
“Siamo arrivati a cavallo tra febbraio e marzo 2022, a pochi giorni dall’inizio del conflitto. Era un delirio, nessuno sapeva quali fossero le zone sicure, tutti provavano a valicare i confini. La prima operazione è stata in un canile, abbiamo preso 36 cani. Per trasportarli in Ungheria ci abbiamo messo 17 ore. Le normative cambiavano continuamente: c’era chi riusciva a portare fuori gli animali e chi, tre ore dopo, non poteva più uscire. Per non parlare degli abbandoni al confine”.
A Kiev è stato richiesto di sopprimere gli animali nello zoo.
“È una cosa che succede un po’ ovunque perché non si sa come gestire la situazione. Trovare posti per leoni, tigri, orsi, scimmie… è molto più difficile. Sia per la capienza dei rifugi sia perché c’è un problema di trasporto. Per la fauna selvatica è ancora più complicata la faccenda. I pochi shelter ucraini sono ormai pieni”.
C’è qualche differenza tra la situazione a Gaza e quella in Ucraina?
“In Ucraina, dopo un primo periodo di caos, si è ricostituita una normalità. Anche perché il Paese è molto vasto e il bombardamento non è stato totale, i controlli per accedere non sono nettamente paragonabili a quelli per entrare nella Striscia. Mandare aiuti a Gaza è molto difficile, praticamente impossibile. Abbiamo avuto problemi anche a mandare denaro nella Striscia. I bonifici venivano bloccati, abbiamo dovuto inviare piccole somme su conti paypal che spesso venivano congelati. Alcune volte le donazioni hanno impiegato due o tre settimane ad arrivare.
C’è un episodio che ti ha colpito particolarmente?
“È una situazione che ho vissuto solo nell’ultima fase. Riguarda il canile di Borodyanka, struttura abbandonata a sé stessa con quasi cinquecento cani nelle gabbie. La zona era pattugliata da russi e quindi inavvicinabile per un periodo. Spinti dalla disperazione, i cani hanno cominciato a mangiarsi tra di loro. Ne sono morti più di duecento. Noi di Lav siamo stati in contatto con i volontari che si sono occupati di trarre in salvo i sopravvissuti. Qualcuno di loro è arrivato al canile temporaneo in Polonia dove eravamo in servizio. Nonostante i giorni passati in gabbia per arrivare in Italia, all’arrivo erano sereni. Mi ha stupito la loro resilienza. È stata una grandissima emozione, tutti hanno trovato casa”.
Perché la sofferenza animale non viene inclusa nel racconto mediatico della guerra?
“Noi viviamo in un mondo specista che, tra l’altro, fa già fatica a riconoscere la sofferenza di altre persone diverse da noi. Figuriamoci di un’altra specie. Sembra che alcuni siano meritevoli di riconoscimento del loro dolore, altri no. Secondo me è una questione prevalentemente culturale. Inoltre, gli animali stessi hanno un modo di manifestare il dolore completamente diverso dal nostro. Il riconoscimento di questa cosa richiede sforzo mentale, studio e conoscenza dell’etologia”.


