ROMA — Il conto alla rovescia è finito. La riforma della legge elettorale arriva in Aula al Senato senza mandato del relatore. Perché la commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama ha preso atto dell’impossibilità di concludere l’esame del testo entro i tempi previsti.
In parole semplici significa che lo Stabilicum sarà votato nella versione arrivata dalla Camera dei Deputati senza l’inserimento nel testo dell’emendamento sulle preferenze, bocciato a Montecitorio, e che adesso andrà votato di nuovo. Nella prima giornata di voto l’Aula ha respinto – con 100 voti contrari, 66 favorevoli e nessuna astensione – le questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni.
A innescare la bagarre è stato l’intervento del senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei sull’ex premier e leader del M5S, Giuseppe Conte: “Nessuno sapeva chi fosse Giuseppe Conte quando fu scelto – ha dichiarato il meloniano – Fu definito premier Pincopallo perché nessuno lo conosceva”. Dai banchi delle opposizioni sono partite le contestazioni, con alcuni senatori che si sono rivolti al presidente del Senato Ignazio La Russa.
Cosa prevede il testo
Tramontato l’accordo sul ballottaggio – caldeggiato per disinnescare Futuro Nazionale e Roberto Vannacci al secondo turno – resta aperta l’altra grande incognita che tocca direttamente il cuore della riforma: la percentuale che assegna il premio di maggioranza.
La proposta dei partiti di governo, contenuta in un emendamento di Fratelli d’Italia, è di abbassare la percentuale dal 42 al 41% in linea con i sondaggi che danno la coalizione di governo vicina a quella cifra. Ma comunque non distante dalla soglia di partenza che lo Stabilicum fissava al 40%.
L’altra questione, già affrontata in Commissione Affari istituzionali, riguarda invece la cosiddetta norma anti-cespugli. L’emendamento per inserirla nello Stabilicum è stato presentato da Forza Italia e punta a escludere i voti dei partiti che non raggiungono la soglia di sbarramento del 3% dal conteggio del premio di maggioranza, eccezion fatta per il “miglior perdente”. Ma l’accordo nella maggioranza è lontano. Soprattutto perché gli alleati di FI hanno presentato un emendamento per cancellare la norma
La norma sui partiti minori
Trattative aperte anche sulla norma che modifica i tempi per le candidature dei sindaci alle politiche. L’emendamento in questione è stato proposto dal partito della premier Giorgia Meloni e permetterebbe ai primi cittadini di dimettersi dopo aver accettato la candidatura e non 180 giorni prima come previsto dalla legge attuale.
Intanto, il confronto tra gli sherpa della maggioranza resta aperto anche fuori dall’Aula di Palazzo Madama. L’obiettivo è trovare un’intesa in tempi brevi. Lo ha spiegato Matilde Siracusano, sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento e deputata di Forza Italia: “La legge elettorale è una materia estremamente complessa ed è giusto che si facciano i giusti approfondimenti”.


