ROMA – “Sei quello che mangi”, recita il detto. E gli italiani ci credono sempre di più. Secondo l’ultima edizione della “Visionary ceo guide to sustainability” – report che analizza l’integrazione tra sostenibilità e strategie di business -, il 76% degli italiani dichiara di aver cambiato ciò che acquista per timore delle sostanze inquinanti “invisibili” e delle microplastiche. Dato particolarmente rilevante, soprattutto se si considera che supera di quattro punti percentuali la media globale, che si attesta al 72%.
“La preoccupazione per la salute sta diventando un driver sempre più concreto delle scelte di consumo”, spiega Matteo Capellini, responsabile globale della “Sustainability value creation solution”, area della società di consulenza strategica Bain & company che si occupa di redigere annualmente l’indagine su oltre 7mila consumatori in cinque Paesi diversi: Stati Uniti, Regno Unito, Italia, Brasile e Indonesia. Secondo Cappellini, la sostenibilità entra nel carrello “soprattutto quando viene associata a benefici per la salute”. Questo spiegherebbe anche perché, per la prima volta in tre anni, la preoccupazione per l’ambiente è tornata a crescere: oggi, l’85% dei consumatori italiani è preoccupato per la sostenibilità ambientale, rispetto all’81% dell’anno scorso.
A preoccuparsi di più è la “Gen Z”
Ad affliggersi maggiormente per la salute e il futuro del pianeta è la cosiddetta “Gen Z”, con il 92% dei giovani che si preoccupa per gli eventi climatici estremi e per la qualità dell’aria. Ma nemmeno i “boomer” riescono a stare tranquilli: l’85% di loro è in forte apprensione e seleziona con maggior cura i beni che acquista e consuma. Tanto che tutti loro, giovani e meno giovani, sono disposti a pagare anche il 14% in più per un prodotto che apporti un qualsiasi beneficio di sostenibilità. Disponibilità che sale di quattro punti percentuali, al 18%, quando ciò che si acquista combina sostenibilità e benefici per la salute. In questo caso, però, gli italiani si dimostrano un po’ più tirchi rispetto al resto del mondo, dove l’apertura a pagare un prezzo più elevato raggiunge, in media, rispettivamente il 18% e il 24%.
Transizione lenta nonostante gli investimenti record
Al rafforzarsi della sensibilità ambientale, però, non corrisponde un eguale sforzo per la transizione. Nel 2025 gli investimenti hanno raggiunto il record di 2.400 miliardi di dollari e, negli ultimi dieci anni, imprese e governi hanno speso 17mila miliardi in tecnologie sostenibili, eppure i risultati concreti non bastano. Il ritmo di risposta delle imprese – spiegano gli analisti – non è ancora sufficiente.


