ROMA – A metà mattinata il Transatlantico è ancora deserto. La partecipazione dell’Italia al Board of Peace non sembra in cima alle agende dei deputati. Un capannello si lamenta per il rinvio dell’esame del dl milleproroghe. I più, invece, compulsano siti e agenzie per rincorrere le polemiche sul referendum Giustizia. Del resto, le comunicazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani sulla prima riunione del Board sono lontane: il programma dei lavori parlamentari le prevede alle 13.30. Questo fino a quando non arriva Maurizio Lupi.
Lupi: “Non siamo subalterni agli Stati Uniti”
Il leader di Noi Moderati si ferma con i cronisti per difendere la scelta del governo di partecipare al Board come “Paese osservatore” e ribalta l’accusa di “subalternità agli Stati Uniti”. Per Lupi – presente al vertice con gli altri leader di maggioranza che ha dato il via libera all’iniziativa –, l’errore sarebbe semmai “restare fuori”. L’Italia, dice, “rivendica da tempo un ruolo nel Mediterraneo e nella costruzione della pace tra Israele e Palestina”, anche sul piano umanitario, dagli aiuti a Gaza alla presenza sul campo. “Chiamarsi fuori proprio ora, mentre si tenta di costruire un percorso politico richiamato alle risoluzioni dell’Onu, sarebbe incoerente”, precisa a Lumsanews.
Il nodo costituzionalità
Sull’ipotesi di incostituzionalità, Lupi respinge le critiche delle opposizioni: “Il Board non sarebbe un organismo internazionale in senso stretto, ma uno strumento per dare attuazione a una risoluzione delle Nazioni Unite”. Da qui la difesa della “formula dell’osservatore”, prevista dalla prassi diplomatica. “La politica estera – insiste il leader di Noi Moderati – non può essere determinata da simpatie o antipatie verso Donald Trump”.
La linea del governo: esserci, anche solo da osservatori
La posizione del governo Meloni è ormai definita. Roma parteciperà alla riunione di Washington, giovedì 19 febbraio, con una presenza politica: dovrebbe essere lo stesso Tajani a rappresentare il nostro Paese. Tramontata, invece, l’ipotesi di un viaggio della premier Giorgia Meloni, considerato eccessivo per un ruolo da “osservatore”, così come quella di affidare la missione a un alto funzionario. Decisione che viene rivendicata come “scelta di campo”.
L’isolamento europeo e il no di Berlino
Il quadro europeo resta complicato. Al Board hanno aderito 26 Paesi, cinque come osservatori, ma mancano i pesi massimi. Nessun Paese del G7, nessuna grande capitale europea. La Germania ha confermato il suo no: Friedrich Merz non sarà a Washington. Scelta che in Transatlantico, intorno a mezzogiorno – quando il tema Board of Peace torna d’attualità – viene letta come una presa di distanza da un formato giudicato fragile e troppo legato all’iniziativa americana. L’Italia, invece, sceglie di “essere protagonista”, come rivendicato dallo stesso Tajani. Un distinguo sempre più evidente rispetto alla linea di altri partner europei. La Commissione Ue sarà presente con Dubravka Suica, responsabile per le politiche del Mediterraneo, ma senza entrare formalmente nel Board.
Opposizioni compatte contro il Board
Il primo effetto di questa presa di posizione del governo? Aver ricompattato le opposizioni. Pd, Movimento Cinque Stelle, Avs, +Europa, Italia Viva e Azione hanno firmato una risoluzione unitaria per chiedere al governo di non partecipare al Board in alcuna forma. I toni sono duri. Intervistata da Lumsanews, Elisabetta Piccolotti di Avs parla di un’operazione “scandalosa” e di una sorta di “Onu privata”. Dal Pd Giuseppe Provenzano accusa Tajani di “confusione sul ruolo della Commissione europea”. Carlo Calenda parla di un “formato lontano dal multilateralismo”.
Le critiche Ue: “Formato opaco, fuori dall’Onu”
E alle critiche interne si aggiungono quelle europee. I Socialisti Ue chiedono alla Commissione di chiarire mandato e portata della sua partecipazione, parlando di scarsa trasparenza e di un’iniziativa fuori dal perimetro dell’Onu.


