Caos Tunisia, il premier Jebali si dimette: «Ho fallito».
A rischio la “rivoluzione dei gelsomini”

La Tunisia piomba nel caos dopo le dimissioni di Hamadi Jebali. Il primo ministro ha lasciato l’incarico al termine di un colloquio con il presidente della repubblica Moncef Marzouki. Jebali ha cercato fino all’ultimo di formare un governo tecnico ma l’iniziativa è fallita. L’ormai ex premier aveva proposto lo scioglimento del gabinetto e la creazione di una squadra di tecnici in grado di guidare la crisi politica: «Avevo promesso e assicurato che in caso di fallimento della mia iniziativa mi sarei dimesso dalla presidenza del governo ed è quello che faccio». L’obiettivo principale della formazione di un nuovo esecutivo era di traghettare il Paese verso una nuova fase.
La spaccatura. Jebali, membro illustre dei Fratelli Musulmani è entrato in rotta di collisione con i colleghi del partito, il cui braccio politico si chiama Ennahda, e nel Paese la crisi politica si è acuita dopo l’assassinio del leader dell’opposizione Chokri Belaid. Netta la bocciatura dei commilitoni di Ennahda, che attraverso il leader Ghannouchi si erano prima rifiutati di sostenere una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne ed avevano poi convocato una massiccia manifestazione a sostegno dei propri rappresentanti.
Un duro colpo. Per Jebali, apparso ieri in tv particolarmente provato, la fine del suo esecutivo rappresenta un duro colpo. La delusione lo ha spinto ad annunciare che non si ricandiderà più alle prossime elezioni: «Il nostro popolo è deluso dalla classe politica -ha dichiarato l’ex premier- bisogna far tornare fiducia nel governo e in tutti gli attori politici».
Annunciando la sua uscita di scena Jebali ha precisato inoltre che «non è la fine della rivoluzione». Certamente si tratta di un ulteriore passaggio di una lunga fase problematica, iniziata due anni fa con la “rivoluzione dei gelsomini” che ha visto la rimozione di Ben Ali. Certamente chi verrà dopo Jebali dovrà trovare soluzioni rapide ed efficaci. Gli effetti positivi dell’onda della “primavera araba”, che proprio dalla Tunisia era partita, rischiano di dissolversi dentro una crisi politica.

Alessandro Filippelli