Luigi Lo Cascio in una scena del film | Foto Claudio Iannone

Il signore delle formicheLa recensione dell'ultimo film di Gianni Amelio

Il racconto è ispirato al caso Braibanti Nel cast Luigi Lo Cascio ed Elio Germano

E se fosse due il numero perfetto?

È questa la prima sensazione che, lasciando vuota la comoda poltrona di una sala cinematografica, si avverte dopo aver visto l’ultima opera di Gianni Amelio, ‘Il signore delle formiche’. Due, infatti, sono i protagonisti: il poeta e mirmecologo Aldo Braibanti, interpretato da Luigi Lo Cascio, ed Ettore Tagliaferri, interpretato da Leonardo Maltese, un giovane studente di medicina, appassionato di arte. E due sono le scene, la prima e l’ultima, che incorniciano la loro storia d’amore. Nella prima un dialogo caldo, intimo, immerso in una campagna notturna e uno scambio di versi personali: “Credevo fosse colpa, era solo coraggio”, scrive il giovane Ettore.

Un rapporto che comincia sommessamente, dove è molto forte la presenza gerarchica: Aldo si presenta, fin da subito, come il maestro; Ettore, invece, è chiaramente l’allievo. Nell’ultima scena, poi, sono cambiate molte cose: in pieno giorno, in un campo lucente di papaveri e grano, Aldo ed Ettore sono molto diversi da come li avevamo conosciuti all’inizio, sia dentro sia fuori. E i loro ruoli sono ormai sullo stesso piano: “Sei diventato un vero poeta”, sussurra Braibanti a Ettore, lasciando che sia un abbraccio a dire di più. Nel mezzo c’è, però, tutto il resto: una storia ricca di momenti importanti, un processo, una condanna, ma soprattutto un sentimento profondo, che si sgretola senza spezzarsi mai.

Luigi Lo Cascio e Leonardo Maltese in una scena del film | Foto Claudio Iannone

Il caso Aldo Braibanti è emblematico dell’Italia degli anni ‘60, un’Italia in cui si iniziavano a intravedere i segni delle lotte studentesche, dove il boom economico è specchio di un benessere solo superficiale, in cui la classe operaia chiede di ‘andare in paradiso’ (citando il film di Elio Petri), ottenendo maggiori diritti e salari più alti. Un’Italia dove i figli sono diversi dai padri, quell’Italia in cui fanno capolino i primi slogan femministi e la libertà d’amore, oltre ogni confine.

Poeta, scrittore, intellettuale di sinistra, ex partigiano, Braibanti fu coinvolto in un caso di cronaca giudiziaria dopo essere stato accusato di ‘plagio’. Sotto il nome di questa condanna si celava qualcosa di più profondo: il ‘Professore’, definito così dai giornali dell’epoca, era stato denunciato dal padre di Giovanni Sanfratello, il ragazzo a cui si ispira la figura di Ettore, dopo aver scoperto la loro relazione. Le vite di Aldo ed Ettore, per questo, si divideranno: uno in cella, l’altro in un ospedale psichiatrico, trattato con elettroshock per la sua ‘devianza’. 

Luigi Lo Cascio in una scena del film | Foto Claudio Iannone

La storia di Aldo ed Ettore varca la soglia dell’aula della Corte di Cassazione grazie a un cronista, Ennio Scribani, arrivato da poco nella redazione dell’Unità. Impacciato, alle prime armi, ma capace di far passare, attraverso una linotype, virgolettati e cronaca di ampio spessore. E anche in questo caso la figura di Ennio, interpretato da Elio Germano, è il ‘negativo’ di quella di Paolo Gambescia, giornalista di lunga carriera, diventato poi direttore del Messaggero e del Mattino. Ed è proprio intorno al personaggio di Scribani che si è aperto un ampio dibattito perché la sua figura non sembrerebbe del tutto aderente alla realtà. In particolare, il licenziamento intimato a Scribani dal direttore de L’Unità è frutto di una licenza narrativa di Amelio e che quindi non aderisce alla vera ricostruzione dei fatti. 

Elio Germano in una scena del film | Foto Claudio Iannone

Filo conduttore di questa ricca trama è la scelta dei sonori: delicati, non banali, che alternano la presenza di arie dell’Aida di Verdi a canzoni dell’epoca, come ‘Il tuo amore’ di Bruno Lauzi. Il paragone tra Aldo ed Ettore e Aida e Radames risulta, qui, lampante più che mai: quello tra la principessa etiope e il giovane guerriero è un amore ostacolato. ‘E il tuo amore così puro, tutto il bene che mi vuoi, non lo dare più a nessuno, ma conservalo per noi’, canta Lauzi, dando espressione alla purezza di un sentimento.

La migliore sintesi, però, ci viene offerta dal titolo di quest’opera: Braibanti è signore delle formiche, esperto mirmecologo, che vede nella piccola comunità animale la rappresentazione di una società ideale. Un gruppo coeso, che lavora insieme, rivestendo piccoli ruoli che hanno senso solo quando vengono associati tra loro. Le formiche, però, hanno anche un’altra qualità: hanno due stomaci, uno a uso personale, l’altro invece che viene definito sociale. Con questo secondo apparato le formiche riescono a immagazzinare cibo che offriranno a chi ne avrà più bisogno, attraverso il passaggio diretto dalla loro bocca.

Il regista Gianni Amelio e Luigi Lo Cascio nel corso delle riprese | Foto Claudio Iannone

Il signore delle formiche è, in conclusione, un film che Amelio ha saputo donare al suo pubblico: sì, esatto, donare. Ha avuto la capacità di maneggiare con cura una storia che riesce a parlare a molte persone, producendo un film personale e intimo. Un film che arriva a distanza di soli tre anni da Hammamet e che riporta alla mente l’Amelio regista de ‘Il ladro di bambini’ (1992) o di ‘Così ridevano’ (1998). Un Amelio, per questo, da riscoprire e apprezzare.

 

Giulia Chiara Cortese

Cresciuta tra il Vesuvio e il mare, ora con il cuore diviso tra Napoli e Roma. Sono laureata in Lettere moderne alla Sapienza con una tesi in Filologia della Letteratura italiana. Inseguo da sempre il sogno di diventare una giornalista.