La parabola triste della pallacanestro in crisi

Ventuno squadre sparite nelle ultime ventuno stagioni di serie A. Società solide con una lunga esperienza nella massima serie e nuove piazze in cerca di giorni di gloria. Su e giù per lo stivale. Partendo da Torino, passando per Bologna, Siena e la Capitale, fino ad arrivare ad Avellino e Messina.

L’ultimo fallimento in ordine di tempo è quello della Virtus Roma, dello scorso dicembre. Dopo 60 anni di storia la squadra capitolina ha detto addio al basket. Hanno pesato i disagi creati dalla pandemia, ma non solo. Come ci ha spiegato l’ex direttore operativo del club, Francesco Carotti, l’ingegnere Claudio Toti ha retto sulle sue spalle il basket romano negli ultimi venti anni. «Ma questo non poteva essere più un modello duraturo».

Prima di Roma era toccato ad Avellino. Il 9 luglio 2019, con l’accusa di evasione fiscale, la Guardia di finanza aveva messo sotto sequestro preventivo 97 milioni di euro riconducibili al patron della Scandone Avellino (e dell’Avellino Calcio) Gianandrea De Cesare. «Per la città di Avellino è stato un terremoto», come racconta Massimo Ieppariello, giornalista di AvLive, quotidiano online irpino. La città ha corso anche il pericolo di veder sparire oltre 70 anni di storia. L’intervento di Gianluca Festa, sindaco della città, ha evitato il peggio, con il pagamento dell’iscrizione al campionato di serie B. Una sorta di “autoretrocessione” che può apparire insensata, ma che va a fare il paio con quella ottenuta, nel 2015, proprio dalla Virtus Roma.

Ma a cosa è dovuta questa instabilità? Al di là delle capacità imprenditoriali delle dirigenze, è il sistema che fatica a reggersi in piedi. Come spiega Carotti, ad appesantire i bilanci delle squadre di serie A sono principalmente i salari, regolati dalla Legge 91 del 1981 sul professionismo. A tutti gli effetti, oggi, un giocatore di basket è un lavoratore subordinato dipendente. Quindi la società deve versare ai giocatori i contributi come se fosse un impiegato.

Sponsorizzazioni e spettatori paganti al palazzetto costituiscono, invece, le entrate principali per una quota vicina al 90%. Nel dettaglio, campagna abbonamenti e biglietti per la singola partita rientrano nel ticketing, ma con la pandemia questa voce si è azzerata. I loghi sulle magliette, la cartellonistica nel palazzetto e i pannelli led a bordo campo rientrano invece tra le sponsorizzazioni. Nel basket è previsto poi che il main sponsor dia il nome alla squadra stessa. È il caso di grandi marchi, come De Longhi per Treviso o Allianz per Trieste, o di una società di proprietà del patron della squadra, come la Sidigas per Avellino.

Ad oggi nel massimo campionato l’esempio più virtuoso è quello dell’Olimpia Milano, che dal 2008 prende il nome da uno dei marchi che fanno capo al gruppo dell’azionista di maggioranza del club, lo stilista Giorgio Armani. Che ha investito in quanto socio ben 30 milioni di euro. Un finanziatore decisamente solido: il fatturato 2019 del gruppo Armani ha toccato infatti quota 5,9 miliardi di euro. La sua passione per la pallacanestro è evidentemente sostenibile, a maggior ragione con una squadra che centra risultati di tutto rispetto anche in Eurolega, la competizione europea.

Luigi Datome dell’Armani Milano in azione contro Paulius Jankunas dello Zalgiris Kaunas durante una partita di Eurolega

Ma tra le altre squadre di vertice di serie A le sole che possono contare su una evidente forza economica della dirigenza sono la Virtus Bologna e la Reyer Venezia. La prima può fare affidamento su Massimo Zanetti, proprietario della Segafredo, che stando ai dati di reportaziende.it nel 2019 ha fatturato 915 milioni di euro. La seconda sulla Umana Holding, di Luigi Brugnaro, peraltro sindaco della città, che ha toccato quota 720 milioni di euro. Le altre dodici iscritte al massimo campionato nella stagione 2020/21 non hanno invece un vero e proprio “mecenate” alle spalle. Ecco perché il modello d’impresa andrebbe probabilmente rivisto.

I fatti lo dimostrano. Secondo il sito economico specializzato Calcio e Finanza, nella stagione 2018/2019 soltanto una società, Venezia, vincitrice dello scudetto, ha chiuso con i conti in positivo. Brindisi, Milano e Sassari praticamente in pari, con un rosso di poche decine di migliaia di euro. Più critici i conti delle altre realtà, che registrano perdite nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro, in quattro casi addirittura di un paio di milioni.

Un modello economico in cui i costi superano i ricavi per definizione non è sostenibile. Soprattutto per un uomo solo al comando. Anche perché «in alcuni casi il fattore passione è talmente forte da offuscare le scelte dirigenziali», come riferisce Antonio Rescifina, componente della Fiba, la federazione internazionale.

Un modello interessante è la Dinamo Sassari. Il presidente Stefano Sardara ha puntato sul marketing territoriale, coinvolgendo le principale aziende sarde: tra le altre Ichnusa, Tiscali e Sella e Mosca. Oltre a poter contare sugli introiti garantiti dal main sponsor, cioè il Banco di Sardegna, e dalla sponsorizzazione della Regione stessa. Una realtà che è riuscita a mettere su un sistema imprenditoriale innovativo e diffuso, un po’ come Trento, che ha creato un “Trust”, un’associazione di tifosi che attraverso un azionariato popolare detiene il 40% delle quote della società e sostiene attivamente il progetto del club bianconero attraverso un piccolo contributo annuale.

Altre voci su cui puntare per aumentare la produttività di una società di pallacanestro potrebbero essere il digital marketing e i social. Secondo Andrea Luchi, già general manager di Bologna e Sassari, così si otterrebbero «ricavi extra che potrebbero rappresentare ossigeno puro». In pochi però sembrano averne compreso le potenzialità. Le idee per cambiare rotta ci sono, ma la strada resta in salita.