NEWS ANSA

Sito aggiornato alle 13:00 dell' 11 febbraio 2026

HomeInchieste La solita musica, “il grande gioco” delle major dietro Sanremo

La solita musica, “il grande gioco” delle major dietro Sanremo

di Filippo Saggioro11 Febbraio 2026
11 Febbraio 2026
Il palcoscenico del teatro Ariston, pronto per ospitare il Festival di Sanremo

Il palcoscenico del teatro Ariston, pronto per ospitare il Festival di Sanremo | Foto Ansa

“La radio mi pugnala con il festival dei fiori”, cantava Sergio Caputo in Un sabato italiano, il brano che, nel 1989, segnò il suo esordio discografico. Parole che mostrano un’antipatia manifesta per Sanremo e raccontano il rapporto ambiguo che esiste, da sempre, tra una certa musica d’autore e il Festival della Canzone italiana. Ma negli anni successivi, per la verità, nonostante uno stile distante dai canoni dell’Ariston, Caputo vi partecipò per ben tre volte.

È difficile per un cantante non accettare l’invito a esibirsi sul palcoscenico più importante d’Italia, che ha lanciato nomi del calibro di Bocelli, Giorgia e Laura Pausini. Uno show seguito da più di 10 milioni di telespettatori ogni anno e capace di generare un giro d’affari di decine di milioni di euro. E si sa, più grande è la torta più è facile che si trasformi in uno spietato gioco di potere. 

Un’edizione “debole”

Il prossimo 24 febbraio prenderà il via il 76esimo Festival della Canzone italiana, condotto e diretto da Carlo Conti. L’attesa sta generando il tipico entusiasmo, accompagnato, però, da non poche polemiche per partecipazioni ed esclusioni di difficile lettura. Ai nastri di partenza, si tratta dell’edizione discograficamente più debole degli ultimi anni. Gli artisti in gara, finora, si sono aggiudicati appena 335 dischi di platino, rispetto ai 695 vinti dai cantanti dell’edizione precedente. Anche i dati degli ascolti mensili su Spotify mostrano una distanza siderale: 29,4 milioni per i cantanti che parteciperanno al prossimo Festival, contro i 52,8 milioni dei concorrenti del 2025. 

“È finita un’era”

Tra i grandi esclusi Albano Carrisi, leggenda della musica italiana e icona di Sanremo, che, in un’intervista al Corriere della Sera, ha attaccato esplicitamente il conduttore della prossima edizione del Festival: “Sono un re, non mi mischio con i semplici Conti”. Ma Al Bano non è il solo che ha criticato le scelte del direttore artistico fiorentino. Subito dopo la pubblicazione dei nomi dei 30 cantanti in gara, si è scatenata un’ondata di reazioni sui social network, con un fil rouge comune a tutti: “È finita un’era”. La critica più diffusa riguarda il livello degli artisti scelti: “Io che cerco di capire chi sono la metà dei cantanti”, scrive un utente su X. Carlo Conti ha però risposto alle polemiche spiegando che “la forza del Festival è mettere insieme proposte per diverse generazioni”. 

Il ruolo delle case discografiche

Ma il dibattito va ben oltre le piattaforme social. Le major discografiche “hanno un peso enorme” sulla scelta degli artisti “e questo si vede chiaramente in contesti come il Festival”, spiega a Lumsanews Enrico Molteni, fondatore dell’etichetta indipendente La Tempesta Dischi. “A Sanremo non c’è spazio per gli artisti indipendenti – continua l’autore –, è un palcoscenico completamente nelle mani dei soggetti più potenti dell’industria”. 

Nelle ultime tre edizioni del Festival, infatti, solo quattro cantanti all’anno sono stati presentati da una casa discografica minore o indipendente. Warner, Sony e Universal “si spartiscono la torta a tavolino”, sottolinea Molteni. “Sanremo – conclude – è distante anni luce da ciò che considero musica viva e rappresenta un sistema chiuso che parla soprattutto a se stesso”. Una ricostruzione che sembra trovare riscontro nei dati.

Numero di cantanti in gara divisi per casa discografica a Sanremo 2024

Fonte: Il Sole24Ore

Numero di cantanti in gara divisi per casa discografica a Sanremo 2025

Fonte: Il Sole24Ore

Numero di cantanti in gara divisi per casa discografica a Sanremo 2026

Fonte: Il Sole24Ore

“Il peso maggiore delle major è quello di pressione su direttori artistici, televisioni e radio per far entrare i loro cantanti nelle trasmissioni”, denuncia Povia, vincitore del Festival di Sanremo nel 2006 con il brano Vorrei avere il becco. “Questa – prosegue – è una forma di bullismo che non premia sempre il merito”. Bisogna però considerare come la maggior parte dei grandi cantanti italiani sia legata a una major e che, di conseguenza, per un palcoscenico prestigioso come quello dell’Ariston, sia più probabile che le scelte del direttore artistico ricadano su artisti appartenenti a questo circuito. 

“Una major che gestisce un artista di punta permette alla produzione di fare trattative”, raccontano i Jalisse a Lumsanews. “Ti porto un grande nome – continuano – e tu mi prendi 10 artisti che scelgo io. Questo scambio è sempre stato fatto, accade spesso anche nei management live”. Un “sistema” che contribuirebbe all’inquinamento di una manifestazione nata per valorizzare autori, interpreti e nuovi brani. 

Non solo una questione di major

Non sono solo le major a far discutere. Un’inchiesta de Il Sole 24 Ore ha fatto luce sulla presenza degli stessi autori dietro la maggior parte delle canzoni in gara a Sanremo 2025. Soltanto 11 autori, infatti, avrebbero firmato il 66,6% dei brani. Dall’indagine è scaturito persino un esposto al Codacons, che chiedeva all’antitrust di fare chiarezza. Carlo Conti, a cui spetta il compito di scegliere i brani, ha dichiarato di non essere stato consapevole della concentrazione di firme, lasciando intendere che le sue decisioni non sarebbero state in alcun modo influenzate. 

Aprire le porte a nuovi autori e realtà indipendenti potrebbe portare una ventata di aria fresca, ma richiederebbe il coraggio di cambiare equilibri radicati nel tempo. Sono spesso gli stessi cantanti a bramare un contratto da parte di una major. “A un certo livello servono organizzazione, mezzi, persone”, spiega La Tempesta Dischi. Ma è ancora possibile, per un cantante, primeggiare senza sottostare alle dinamiche “oligarchiche” delle major?

Il caso Jalisse

I Jalisse rappresentano un “caso anomalo” in questo senso, come scriveva Gigi Vesigna, storico direttore di Tv Sorrisi e Canzoni, nel suo libro Vox populi, voci di sessant’anni della nostra vita (2010). “Noi – sostiene il duo composto da Fabio Ricci e Alessandra Drusian –, etichetta indipendente, autori, produttori, editori, discografici al 100%, avevamo vinto un Festival. A quanto pare non piacque”. 

I Jalisse, dopo quella vittoria, non hanno più cantato sul palco dell’Ariston, nonostante le molteplici candidature. Come loro, sono molti gli artisti che non trovano spazio al Festival e puntano il dito contro le responsabilità delle grandi case discografiche. Non sarebbe più corretto garantire un certo numero di posti alle etichette minori o indipendenti? “Sarebbe l’ora”, dice Povia. “Siamo in centinaia, ogni anno, a rimanere esclusi”.

Ti potrebbe interessare