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L’INPGI, un secolo di autonomia tra tutele e crisi

di Antonio Fera14 Settembre 2026
14 Settembre 2026

Nato durante il fascismo, sopravvissuto alla guerra, diventato uno dei pilastri della categoria e infine privato della gestione previdenziale dei giornalisti dipendenti, trasferita all’INPS. In un secolo l’INPGI ha attraversato quasi tutte le trasformazioni del giornalismo italiano. Per questo Storia della previdenza dei giornalisti italiani di Enrico Serventi Longhi, pubblicato dal Mulino nell’anno del centenario dell’Istituto, va oltre pensioni, contributi e bilanci. Nelle sue pagine si ritrova il rapporto mai risolto tra giornalismo e potere, tra autonomia professionale e protezione pubblica.

Il percorso comincia prima del 1926, anno di nascita dell’INPGI. I contributi di Giancarlo Tartaglia e William Mazzaferro riportano alle società di mutuo soccorso, alle casse regionali e ai primi tentativi della categoria di costruire un sistema di tutele. Il giornalismo, nell’Italia di allora, sta ancora cercando di diventare una professione. Previdenza e identità finiscono così per procedere insieme: assicurare il futuro dei giornalisti vuol dire anche decidere chi possa essere considerato tale.

La nascita dell’Istituto durante il fascismo segna un passaggio decisivo, ma non è una conquista senza ombre. Aumentano le prestazioni e si consolida la struttura, mentre il regime usa strumenti e risorse secondo le logiche corporative. L’autonomia rimane in buona parte sulla carta. L’accesso alle tutele, gli investimenti e persino la permanenza nell’ente possono dipendere dall’allineamento politico. Serventi Longhi non attenua questa origine scomoda. Mostra, attraverso documenti, verbali e corrispondenze, come assistenza e controllo possano convivere.

Neppure il 1945 cancella tutto. Nel dopoguerra cambiano gli uomini, le norme e i riferimenti politici, mentre apparati e pratiche amministrative resistono. Con la legge Rubinacci del 1951 l’INPGI entra stabilmente nel sistema pubblico della sicurezza sociale, conservando una propria specificità. È qui che emerge una contraddizione che accompagnerà a lungo l’Istituto. I giornalisti chiedono indipendenza dal Governo, ma hanno bisogno di leggi, contributi e sponde politiche per difenderla.

Nel libro compaiono ministri, dirigenti sindacali, editori e giornalisti: da Leonardo Azzarita a Leonardo Paloscia, da Giulio Andreotti a Carlo Donat-Cattin. Ci sono anche episodi che rendono meno astratto il racconto, come la polemica sulle pensioni tra Donat-Cattin ed Enzo Biagi o la lunga battaglia sul cosiddetto «diritto fisso». L’INPGI cambia volto a seconda della stagione: è una conquista professionale, un corpo intermedio, un centro di potere, un presidio della libertà di stampa. Talvolta è tutte queste cose nello stesso momento.

Negli anni Settanta lo scontro si fa più duro. La nascita della CASAGIT, la crisi dell’editoria, la politicizzazione della FNSI e il confronto sulla riforma delle pensioni cambiano l’Istituto. L’autonomia previdenziale viene difesa come condizione concreta della libertà del giornalista. Cresce però anche l’accusa di proteggere un privilegio corporativo. Serventi Longhi evita di stabilire troppo facilmente chi avesse ragione e chi torto. Segue piuttosto il modo in cui queste due letture si sono scontrate per decenni, dentro e fuori la categoria.

La tensione esplode all’inizio degli anni Novanta, quando alle casse professionali viene imposto un prelievo forzoso e l’INPGI risponde con uno «sciopero fiscale». La privatizzazione del 1995 sembra allora una via d’uscita: più autonomia, un patrimonio separato, la responsabilità della gestione affidata direttamente alla categoria. Eppure il rischio è già dietro l’angolo. Con una garanzia dello Stato fortemente ridotta, i conti dipendono dall’equilibrio tra contributi e prestazioni. Quindi dalla quantità e dalla qualità del lavoro giornalistico.

L’appendice curata da Deborah Natale porta il racconto fino all’assorbimento della gestione principale nell’INPS, avvenuto nel 2022. Le testimonianze di Andrea Camporese, Tommaso Costantini, Mimma Iorio, Raffaele Lorusso e Marina Macelloni non coincidono sempre. Ed è un bene. Responsabilità, ritardi e possibili alternative vengono riletti da prospettive differenti. Ma un dato resta difficile da mettere in discussione: il crollo dell’occupazione stabile, i prepensionamenti, il precariato e la rivoluzione digitale hanno fatto saltare l’equilibrio sul quale il sistema si reggeva.

Nelle pagine finali cambia in parte anche il registro del libro. Alla ricostruzione documentaria, molto approfondita fino al 1995, si affianca maggiormente la memoria dei protagonisti. Il racconto ne guadagna in immediatezza, anche se resta un po’ più sullo sfondo l’analisi della gestione che ha preceduto la crisi dell’Istituto.

Il volume è denso e in alcuni passaggi richiede attenzione. Non sempre ha il passo di un testo divulgativo, ma la ricchezza della documentazione restituisce la complessità di una storia lunga un secolo. E riesce a raccontare una vicenda per addetti ai lavori come un pezzo della storia italiana.

Nel 2026 l’INPGI compie cent’anni senza essere più l’ente che per decenni ha amministrato le pensioni dei giornalisti dipendenti. Continua a esistere attraverso la Gestione separata, alle prese con freelance, precari e nuove figure dell’informazione. La sua storia mostra però qualcosa che riguarda l’intera professione: quando si restringe il lavoro, prima o poi vacillano anche le istituzioni costruite per proteggerlo.

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