TEHERAN – L’Iran fa muro mentre il negoziato con Washington entra nel vivo. Il Parlamento iraniano si è infatti riunito a porte chiuse per fare il punto sui colloqui indiretti con gli Stati Uniti sul dossier nucleare, avviati la scorsa settimana in Oman. Alla sessione hanno partecipato anche il capo di Stato maggiore delle Forze armate, Abdolrahim Mousavi, e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ha guidato la delegazione iraniana nei contatti con gli Usa. Il messaggio politico dell’Iran, però, è rimasto lo stesso. Fermo. “La difesa non è negoziabile” e “nulla fermerà l’arricchimento nucleare dell’Iran, neppure in caso di guerra”, ha ribadito Araghchi, escludendo concessioni sul programma missilistico e sull’uranio.
Le pressioni di Trump
“Abbiamo cercato seriamente di avviare colloqui concreti con gli Stati Uniti durante le attuali trattative, a condizione che anche la controparte fosse seria e pronta a partecipare a colloqui che avrebbero portato a risultati. Nonostante i colloqui in corso, esiste un grande muro di sfiducia”, ha aggiunto Araghchi.
Così la trattativa resta fragile. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a esercitare pressione su Teheran, imponendo nuovi dazi e rilanciando l’ipotesi di un confronto diretto già nei prossimi giorni, nel tentativo di arrivare a un nuovo accordo che scongiuri un’escalation militare nella regione. Secondo fonti iraniane, i prossimi passaggi diplomatici potrebbero passare ancora una volta dal ruolo di mediazione dell’Oman, mentre è atteso un nuovo round di incontri con interlocutori statunitensi.
Continuano le repressioni in Iran
Sul fronte interno, intanto, si irrigidisce la repressione. Le Guardie della Rivoluzione hanno arrestato Javad Emam, portavoce della principale coalizione riformista, nell’ambito di una più ampia campagna di fermate che ha colpito esponenti moderati e dell’opposizione dopo le recenti proteste. Un segnale di chiusura che accompagna l’azione delle autorità giudiziarie contro chi viene accusato di “giocare sul terreno dei nemici”.
Narges Mohammadi condannata ad altri sei anni di carcere
A segnare ulteriormente il clima politico è arrivata anche l’ulteriore condanna a sei anni di carcere per Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace nel 2023 , riconosciuta colpevole di cospirazione e attività di propaganda. Per l’attivista per i diritti umani sono previste anche restrizioni aggiuntive, tra cui il divieto di espatrio. Mentre Teheran rivendica fermezza sul nucleare e sicurezza nazionale, il dossier dei diritti civili continua così a pesare sul già complesso negoziato con Washington.


