Antonio Mumolo, avvocato e consigliere regionale del Pd, è socio fondatore e presidente dell’associazione Avvocato di strada Odv. A Lumsanews ha raccontato com’è nata questa realtà.
Quando e come nasce Avvocato di strada?
“Negli anni ‘90 a Bologna ho fatto volontariato in carcere, conoscendo persone che ho poi ritrovato per strada. Una sera alla settimana uscivo per conoscere meglio la realtà dei senzatetto. Sebbene non avessi pubblicizzato che fossi un avvocato, mi venivano fatte molto spesso domande legali. Capii che in strada c’era voglia di legalità e giustizia. Da qui è nata l’idea di mettere a loro disposizione la mia professionalità e quella di altri volontari”.
Da allora la situazione delle persone senza fissa dimora è cambiata?
“Purtroppo i senzatetto stanno aumentando perché è aumentata la povertà e il lavoro precario. Ci sono addirittura persone in strada che lavorano, solo che non riescono a pagare un affitto e sono costrette a vivere in strada. In questo senso è cambiata anche la tipologia dei nostri assistiti. Quando siamo nati in strada c’erano persone povere, ma con chiari problemi di salute: tossicodipendenza, alcolismo, disturbi di natura psichica. Oggi la situazione si è ribaltata. I problemi di salute nascono perché si diventa poveri”.
La vostra associazione è davvero gratuita?
“La nostra attività è totalmente gratuita, non solo per gli utenti ma anche per gli avvocati. Quando vinciamo una causa e la controparte viene condannata a pagare le spese legali, l’avvocato trattiene l’Iva da tali importi e devolve la parte restante all’associazione come piccolo aiuto. Riusciamo a coprire i costi del nostro lavoro grazie alle somme che otteniamo dai bandi pubblici. Abbiamo un bilancio di circa 100.000 euro l’anno. Operiamo all’interno di un’associazione di volontariato che si occupa di persone senza dimora, quindi non sosteniamo spese per persone e locali, ad eccezione della nostra sede. Per quella paghiamo un affitto e ci teniamo a farlo perché abbiamo sempre scelto di non chiedere nulla alle istituzioni”.
Di cosa vi occupate soprattutto?
“Principalmente della residenza anagrafica. Quando una persona diventa povera e non riesce più a pagare l’affitto, viene sfrattata e finisce in strada. A quel punto viene cancellata dall’anagrafe perché non abita più in un appartamento. Per legge avrebbe diritto comunque alla residenza in una via fittizia, un indirizzo che ogni Comune deve prevedere proprio per chi non ha una dimora. Eppure tanti Municipi continuano a opporre resistenza. Per questo la residenza è al primo posto tra le nostre cause di diritto civile, ma seguiamo anche contenziosi in ambito penale, amministrativo e diritto dei migranti”.
Quali sono le difficoltà maggiori che ha affrontato in questa realtà?
“Le difficoltà in strada ci sono, c’erano e ci saranno. In passato ci sono stati problemi con alcuni consigli dell’Ordine per aprire lo sportello, incomprensioni sulla nostra attività, tensioni con i colleghi. Alla fine però col tempo tutti quanti, o quasi, hanno capito che è un lavoro utile e che offre una visione diversa della professione di avvocato. Perché prima di tutto siamo persone”.


