ROMA – A ridosso del voto sul referendum, quando il confronto dovrebbe misurarsi sui contenuti della riforma sulla giustizia, il caso Delmastro – accusato di essere stato socio in affari della figlia di un condannato per camorra – invade prepotentemente il dibattito. Un’ombra che si allunga sulla consultazione e che intreccia direttamente la vicenda del sottosegretario con lo scontro politico tra governo e opposizioni. Perché, mentre la premier Giorgia Meloni lo conferma – “resta al suo posto” – il tema diventa inevitabilmente un altro: con quale credibilità si arriva alle urne.
Il caso dentro il referendum
La linea dell’opposizione è netta e punta a saldare i due piani. Il Pd torna a chiedere le dimissioni, con la segretaria Elly Schlein che insiste perché la premier chiarisca “prima del voto”, mentre il leader del M5S Giuseppe Conte parla di una permanenza “assolutamente insostenibile”. Il caso diventa così un argomento politico diretto contro la riforma. “Vogliamo davvero che siano queste persone a cambiare la giustizia italiana e a modificare la Costituzione?”, attacca il capogruppo pentastellato alla Camera Riccardo Ricciardi. E il passaggio è esplicito: il referendum non è più solo sulla giustizia, ma anche su chi quella giustizia vuole riformarla.
Meloni: “Resta al suo posto”
Da Palazzo Chigi, dopo l’imbarazzo iniziale, è proprio Meloni a esprimere la linea della maggioranza: “Delmastro resta al suo posto”. Ma la premier ammette: “Forse avrebbe dovuto essere più accorto”. Poi alza il tono: “Da questo a segnalare che il sottosegretario, che sta sotto scorta per il suo lavoro contro la criminalità organizzata, abbia contiguità con la mafia ce ne passa”. E, sul piano politico, Meloni prova a riportare il referendum sui suoi binari: “Chi vota ‘No’ per mandare a casa me non fa un affarone, perché io resto comunque e lui si tiene una giustizia che non funziona”. Una linea chiara: separare il caso dalla riforma. Ma è proprio questo il punto che le opposizioni contestano.
Crosetto: “Non penso abbia fatto nulla di male”
Sulla stessa linea si muove il ministro della Difesa Guido Crosetto: “Non penso sia una persona che volontariamente e consapevolmente possa avere rapporti con i camorristi”. Poi aggiunge: Delmastro agisce “sapendo l’interesse che c’è da parte dei magistrati verso qualunque esponente di governo”, e quindi “non penso abbia fatto nulla di male”. È qui che il caso si lega direttamente al referendum. Perché il riferimento all’“interesse dei magistrati” introduce una chiave politica più ampia: quella di un rapporto teso tra esecutivo e magistratura, lo stesso su cui si gioca la riforma.
Tra difesa e tensione politica
Dentro la maggioranza la linea resta quella del garantismo, ma non senza distinguo. Si parla di “leggerezza”, di “opportunità politica”, mentre il caso continua a muoversi anche sul piano istituzionale, con gli atti già all’attenzione della Commissione Antimafia. Intanto, però, la vicenda resta al centro del dibattito pubblico e politico, alimentando uno scontro che va oltre i fatti.
Un’ombra sul voto
È in questo clima che si arriva al referendum. Con Delmastro che resta al suo posto e continua a sostenere il “Sì”, e con le opposizioni che trasformano il caso in un elemento di campagna. Il rischio, per il governo, è che il voto venga letto anche – se non soprattutto – attraverso questa vicenda. E che il giudizio sulla riforma si intrecci con quello sulla gestione politica del caso.


