La spirale violenta della Bielorussia di Lukashenko

Suonava nelle vie delle città bielorusse durante i cortei delle proteste. È stato arrestato due volte, recluso per 28 giorni per la sua musica legata al movimento anti-Lukashenko e ora costretto a emigrare in Lituania. È la storia raccontata a Lumsanews da Tim Suladze, che ha sperimentato sulla sua pelle le brutalità del sistema carcerario in Bielorussia. In particolar modo nella prigione di Zhodino: luci accese 24 ore al giorno, impossibilità di usare il letto dalle 6 del mattino alle 10 di sera, materassi senza lenzuola o coperte (in autunno e in inverno), cibo immangiabile e musica propagandistica trasmessa a tutto volume.

La repressione e le torture. Una testimonianza simile a quella di Suladze è quella di Eva (nome di fantasia), che ha partecipato alle proteste estive ed è stata arrestata in autunno a causa di una foto su Instagram con la bandiera bianca e rossa. Eva per motivi di sicurezza ha chiesto a Lumsanews di rimanere anonima ma ha raccontato che sia lei che il suo compagno sono finiti in prigione per giorni. Durante le prime ore di fermo sono stati tenuti in celle sovraffollate e costretti a dormire per terra. È proprio la donna che ha spiegato come un suo caro amico sia “stato condannato a tre anni di pesanti restrizioni delle libertà solo per aver partecipato alle marce in autunno”.

Senza contare l’effetto Covid. Dopo essere stato relegato in celle insieme a malati più gravi, Tim si è infettato in prigione, accorgendosene da solo per via di leggeri sintomi e della perdita di olfatto. Anche Eva e il marito sono risultati positivi subito dopo il rilascio dell’uomo.

Attacco ai giornalisti. Gli arresti sono solo alcuni degli effetti della repressione feroce che il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko sta attuando contro gli oppositori che hanno gridato ai brogli dopo le elezioni dello scorso agosto, che lo hanno visto trionfare con l’80% dei voti. In centinaia di migliaia sono scesi in piazza in quella che è stata definita la “rivoluzione bianco-rossa”, sfidando il regime. Secondo il centro per i diritti umani “Viasna”, tra maggio del 2020 e la fine dell’anno sono state imprigionate più di 33mila persone.

Nelle ultime settimane i bersagli principali delle forze di polizia sono i giornalisti che con il loro lavoro testimoniano la situazione nel paese. Due giovani reporter, Katsyaryna Chultsova e Darya Andreyeva, sono state condannate a due anni di reclusione solo per aver filmato le manifestazioni.

Ma Lukashenko sta osando ancora di più. Sono stati fermati diversi membri dell’Associazione bielorussa dei giornalisti (Baj), che abbiamo contattato. Il numero dei reporter arrestati nel 2020, con l’accusa di organizzare le proteste, è raggelante: 477. Nove di questi sono ancora in carcere o accusati in procedimenti penali mentre 97 hanno scontato periodi di detenzione amministrativa. A nulla sono valsi gli appelli all’Osce e al Consiglio europeo da parte della Federazione Internazionale dei Giornalisti (Ifj) e di quella europea (Efj). Una persecuzione che sta diventando sistematica.

Gli equilibri internazionali. Lukashenko, durante l’assemblea popolare bielorussa, ha definito le proteste “una guerra lampo”. Il regime di Minsk ha annunciato una riforma costituzionale, che però non entrerà in vigore prima del 2022. Come sostiene Orietta Moscatelli, giornalista e analista di Limes, Lukashenko mantiene il comando perché “vuole arrivare a una redistribuzione dei poteri che di fatto gli garantisca di rimanere, anche se non più presidente, il padre padrone del Paese”.

Il capo di Stato (dal 2000) sa che deve a ogni costo rimanere in sella. Per farlo deve affidarsi alla Russia di Vladimir Putin, che pur non essendo un suo estimatore è il garante della stabilità dello stesso Lukashenko. È proprio per questo che, secondo Moscatelli, le proteste non possono avere un successo completo.

Al Cremlino conviene avere una figura così “debole e manipolabile” per estendere l’integrazione o meglio l’“annessione” militare tra Mosca e Minsk. Può sembrare un concetto antico ma, come ricorda l’analista, per la Russia a livello strategico è fondamentale conservare la piana bielorussa per scongiurare possibili invasioni dall’occidente. Ed è proprio per questo che considera la Bielorussia “un’estensione dell’apparato difensivo russo, in modo che la Nato se ne stia alla larga”.

L’Unione europea si è mossa in maniera frammentata, complici i diversi interessi dei paesi membri sul dossier bielorusso. Il fronte baltico è stato sicuramente tra i più attivi, con Polonia e Lituania in primis, dove si rifugiano molti attivisti. Tra le grandi nazioni, la Germania “non vuole una nuova Ucraina vicina alle frontiere orientali dell’Ue, perché diventerebbe un ulteriore fronte di instabilità politica e securitaria da gestire”, spiega Moscatelli. Ed è uno dei motivi per cui Berlino vorrebbe interrompere l’uso delle sanzioni come metodo di pressione, già fallimentari con l’Ucraina.

Il futuro delle proteste. Ma nonostante le temperature rigide invernali, le violenze e soprattutto gli equilibri geopolitici con cui si scontra, l’opposizione non si arrende. Per Tim Suladze la gente è solo in attesa, perché “l’inverno è vostro, ma la primavera è nostra”. Un motto emblematico di ciò che potrebbe accadere con il ritorno di condizioni meteo più tranquille. Uno degli appuntamenti più “caldi” potrebbe essere il 25 marzo, la Giornata della Libertà, che ricorda la nascita della Repubblica Democratica della Bielorussia nel 1918. Una ricorrenza proibita da Lukashenko stesso.

Previsti grandi raduni e cortei, ma anche piccole azioni di resistenza quotidiana. Come, per esempio, quelle promesse da Eva che si è impegnata nel fare acquisti solo da aziende private che non sostengono il regime.

Le manifestazioni colorate e la repressione violenta. La resistenza pacifica e le torture. La voglia di libertà della popolazione e il regime di Lukashenko. La Bielorussia è divisa e solo nel prossimo futuro sapremo quale parte trionferà.