“Secondo il diritto internazionale l’uso della forza tra Stati dovrebbe essere fermato dal sistema di sicurezza collettiva dell’ONU. Ma nella fase attuale, segnata dai veti incrociati delle grandi potenze, questo meccanismo è spesso paralizzato”. Non usa giri di parole la professoressa Monica Lugato, ordinaria di Diritto internazionale all’Università Lumsa di Roma, per descrivere le difficoltà del diritto internazionale nell’affrontare la nuova crisi scoppiata nell’Artico dopo le minacce del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, pronto a usare mezzi coercitivi per trasformare la Groenlandia nel 51° Stato americano.
Come funziona la “governance” dell’Artico?
“Il governo dell’Artico è fondato sul diritto internazionale del mare e sugli accordi di delimitazione conclusi fra i cinque Stati che vi si affacciano: Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti. Ma va ricordata anche l’Alta autorità dei fondi marini che è l’organismo deputato a garantire che lo sfruttamento dell’Area avvenga nell’interesse comune dell’umanità”.
Questo quadro giuridico come si traduce con l’apertura delle rotte artiche e l’aumento della presenza militare nella regione?
“Oggi il diritto del mare garantisce la libertà di navigazione e di sorvolo in Artico, così come la posa di cavi e condotte, nell’alto mare e anche nelle Zone economiche esclusive, nel rispetto dei diritti degli Stati costieri. Solo in casi eccezionali e ben definiti è consentito a navi militari di interferire con la navigazione altrui. La competizione strategica esiste ma ha un limite preciso: nelle aree regolate dal principio di libertà non può tradursi in restrizioni arbitrarie o nell’uso della forza.”
Se uno Stato non rispetta il diritto internazionale, cosa rischia davvero?
“Ad oggi il diritto internazionale del mare è sostanzialmente rispettato dai cinque Stati artici. Eventuali violazioni non restano senza conseguenze: chi infrange le regole risponde sul piano della responsabilità internazionale, secondo le norme consolidate che disciplinano gli illeciti tra Stati.”
Se le tensioni sulla Groenlandia dovessero degenerare in uno scontro tra Stati, quali meccanismi del diritto internazionale entrerebbero in gioco per evitare un’escalation?
“Secondo il diritto internazionale l’uso della forza tra Stati dovrebbe essere fermato dal sistema di sicurezza collettiva dell’ONU. Ma nella fase attuale, segnata dai veti incrociati delle grandi potenze, questo meccanismo è spesso paralizzato. Il risultato è che le crisi rischiano di essere gestite direttamente dagli Stati coinvolti, con reazioni militari a catena e un progressivo indebolimento delle regole comuni. È uno scenario che rende regioni strategiche come l’Artico particolarmente esposte al rischio di escalation”.
La Groenlandia non è l’unica isola ad essere contesa nell’Artico. Tra le aree calde c’è anche l’arcipelago delle Svalbard. Dal punto di vista giuridico, cosa distingue questi due casi e perché la presenza russa sulle isole norvegesi è un tema sensibile?
“Le Svalbard rappresentano un caso giuridico distinto dalla Groenlandia. La sovranità norvegese sull’arcipelago è regolata dal Trattato delle Svalbard del 1920, che consente anche ad altri Stati firmatari, tra cui la Russia, di svolgere attività economiche e scientifiche. Non esiste un regime analogo per la Groenlandia. La presenza russa è quindi legittima sul piano civile, ma diventa sensibile sul piano della sicurezza perché il trattato vieta attività militari, dando luogo a accuse reciproche di violazione”.
Con l’attuale situazione è realistico pensare a un nuovo accordo internazionale sull’Artico?
“Un nuovo accordo conviene a tutti gli Stati coinvolti. Più che un unico grande trattato, è probabile una serie di accordi mirati: molti confini marittimi sono già stati definiti e altri restano in sospeso. Esistono anche intese settoriali, come quella sulla pesca nell’Artico centrale del 2018. La sfida oggi è rafforzare queste regole per evitare che la competizione strategica superi il diritto.”


