Dopo aver passato le ultime settimane a minacciare un’operazione militare in Groenlandia, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha fatto un passo di lato accantonando, almeno per ora, l’ipotesi di trasformare l’isola nel 51° Stato americano.
La giravolta della Casa Bianca offre un sollievo temporaneo alla Danimarca, titolare della sovranità sull’isola, ma non chiude la grande partita strategica nell’Artico.
Tutti vogliono un pezzo di Artico
Sono simili a quelli indossati dal popolo “MAGA” di Donald Trump ma con un motto che è la parodia dell’originale: “Make America Go Away”: i cappellini rossi andati a ruba nella piccola capitale Nuuk in questi giorni non rappresentano soltanto un fenomeno di costume. Sono un messaggio chiaro agli Usa: la sovranità della Groenlandia non è negoziabile.
Per l’ambasciatore Stefano Stefanini un accordo tra Copenaghen e Washington deve andare necessariamente oltre l’aspetto della sicurezza. “La soluzione non è l’annessione dell’isola”, spiega Stefanini a Lumsanews, “ma il raggiungimento di accordi che garantiscano agli Stati Uniti l’accesso alle risorse attraverso tutele ambientali, ripartizione delle royalties e regole condivise. La Groenlandia ne è ricca e agli Usa quelle materie prime servono per diminuire la dipendenza quasi totale dalla Cina”.
Questo compromesso permetterebbe a Washington di tutelare i propri interessi nell’Artico senza restare prigioniera del personalismo del presidente americano, sottolinea l’analista di Limes Federico Petroni, per il quale gli interessi degli Usa vanno distinti da quelli di Trump.
“Il presidente Usa vuole passare alla storia come il leader che ha ampliato i confini nazionali dopo decenni. – commenta Petroni – Il suo atteggiamento è stato agevolato dall’approccio negligente di Washington che negli anni ha considerato l’Artico una frontiera destinata a rimanere perennemente ghiacciata. La Groenlandia è la traduzione, in scala ridotta, di un approccio già usato dal tycoon: esplicitare dinamiche, anche imperialiste, che prima gli Usa celavano sotto il velo delle istituzioni internazionali”.
I nodi sulla sicurezza
La sicurezza dell’area attorno al Polo Nord riguarda soprattutto il controllo del varco Giuk – il tratto di Atlantico compreso tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito – fondamentale per la difesa del Nord America. Oggi il corridoio è ben presidiato dalla Nato e anche l’Italia è impegnata in missioni di pattugliamento dello spazio aereo islandese che non dispone di una propria aeronautica.
Roma ha iniziato a considerare l’area uno spazio strategico importante. E adesso con la nuova politica artica “il governo sta tentando di dare una cornice più securitaria a interessi finora gestiti soprattutto attraverso la diplomazia e la ricerca scientifica”, sottolinea Petroni.
Strategicamente, l’Artico resta una linea rossa invalicabile per gli Usa, ma non giustifica un’azione militare, spiega il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore della Difesa italiana: “La Groenlandia è già sotto l’ombrello della Nato. Se c’è una minaccia agli accessi artici, si può rafforzare la difesa senza mettere in discussione la sovranità di un alleato.”

Per Camporini la presenza costante della Nato ridimensiona le minacce russe evocate da Trump in queste settimane. “Mosca ha un ruolo importante nell’Artico ma la sua flotta di superficie ha capacità operative limitate e non rappresenta una minaccia navale diretta. Il vero peso del Cremlino si gioca su altri piani, non sulla superiorità convenzionale.”
Questa zona del pianeta è vitale anche per la Cina che però si muove con modalità diverse rispetto alla Russia. “Per Pechino, la rotta artica passa dallo stretto di Bering, un tratto di mare molto breve e facilmente controllabile tra la penisola di Kamčatka e la Russia, e la sua rilevanza resta al momento prevalentemente commerciale”, specifica il Generale.
La minaccia russa alle Svalbard
Sullo sfondo della crisi groenlandese emerge, invece, un nodo spesso sottovalutato: le isole Svalbard, punto strategico dell’Atlantico settentrionale.
Un trattato tra Norvegia e Unione Sovietica del 1920 impedisce la militarizzazione dell’arcipelago situato a oltre mille chilometri a Nord delle coste norvegesi. Ma dopo l’invasione dell’Ucraina gli Usa hanno rafforzato voli di ricognizione ed esercitazioni congiunte con il Regno Unito nell’area, accusando il Cremlino di utilizzare l’avamposto per attività militari e di sorveglianza sottomarina.

Anche se la presenza russa è limitata ad attività di ricerca scientifica, la sicurezza dell’arcipelago resta delicata e Oslo ha emesso una stretta sui permessi per gli stranieri.
La cupola d’oro del pianeta
A rendere strategico l’Artico non è soltanto la geografia ma anche la ricchezza intrappolata sotto i ghiacci e nei fondali marini. In gioco ci sono terre rare, gas e petrolio, diventati più accessibili con il progressivo scioglimento dei ghiacci che sta ridisegnando le rotte globali e aprendo spazi prima inaccessibili a Nord Ovest.
“La competizione strategica esiste ma ha un limite preciso: nelle aree regolate dal principio di libertà non può tradursi in restrizioni arbitrarie o nell’uso della forza”, spiega Monica Lugato, docente di Diritto internazionale all’università LUMSA di Roma.
In base al diritto internazionale del mare, i cinque Stati artici – Russia, Norvegia, Danimarca, Usa e Canada – esercitano diritti sovrani sullo sfruttamento delle risorse del fondale e del sottosuolo fino a 200 miglia marine e, oltre questo limite, possono estenderli dimostrando che la piattaforma continentale è la naturale prosecuzione del proprio margine geologico.
Ma per evitare che la competizione strategica prenda il sopravvento sulle regole occorre un nuovo accordo internazionale sull’Artico, aggiunge Lugato: “Non un unico grande trattato, ma una serie di intese mirate a rafforzare le regole sui confini marittimi”.
L’alternativa al diritto è solo il caos. Senza norme condivise, anche i cappellini dei groenlandesi, simbolo di orgoglio nazionale, potrebbero non bastare a boicottare l’appetito delle grandi potenze.


