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Il "caso anomalo" dei Jalisse
nella storia
del Festival di Sanremo

"Da indipendenti abbiamo vinto

A quanto pare non piacque"

di Filippo Saggioro11 Febbraio 2026
11 Febbraio 2026
I Jalisse

I Jalisse

C’è una storia legata a Sanremo che non smette di far parlare di sé, ed è quella dei Jalisse. Un nome che porta subito alla mente Fiumi di parole, il brano con cui, nel 1997, il duo trionfò all’Ariston. Un trionfo che segnò un’epoca e l’inizio di un rapporto complesso e mai del tutto risolto con il Sanremo. Intervistati da Lumsanews, i Jalisseraccontano il panorama della musica, facendo riferimento alle dinamiche del Festival della canzone italiana. 

Come descrivereste il panorama della musica odierno?

“Ampio, diversificato, con possibilità diverse e non sempre legate solo alla commercializzazione del brano. Ovviamente gli streaming non portano introiti importanti; un produttore, un discografico che investe ha poche aspettative nel vedere il budget rientrare facilmente. Ecco perché si trovano più consulenti che investitori. Ci sono però tante opportunità per poter “sopravvivere” attraverso l’indotto generato”.

Quali sono le principali problematiche legate a questo mondo?

“Oggi un artista ha la possibilità di autogestirsi, non solo nella realizzazione del prodotto in se stesso, ma anche nella gestione dei diritti, delle licenze, delle edizioni, proprietà del master, sincronizzazione e molto altro. Il problema è: dove e come si impara? L’autogestione è una scuola dove i banchi sono sulla strada. Serve tempo, affiancamento, ma soprattutto servono le cadute. Oggi molti vogliono arrivare al successo subito. Alcuni giovani si offrirebbero gratis per arrivare al successo, ma poi? Troppi “artisti” improvvisati e spesso “falsati” da tecnologie “plug and play” che vengono sostenuti perché serve al mercato”.

Che peso hanno le major nelle carriere dei cantanti?

“Su una gran parte dei circuiti (prime serate tv, Sanremo, network radio, digital stores, ecc.) le major hanno una grande forza decisionale, ma ci sono etichette indipendenti che fanno ottimi lavori nei circuiti alternativi e arrivano al pubblico di riferimento”.

Le major impattano anche nelle scelte degli artisti per i grandi eventi? Penso, per esempio, ai cantanti in gara al Festival di Sanremo.

“Infatti. Ovviamente una major che gestisce un artista di punta, quindi attualmente in tendenza, permette alla produzione di fare trattative: ti porto un grande nome e tu mi prendi dieci artisti che scelgo io. Questo scambio è sempre stato fatto, accade spesso anche nei management live”.

Quali cambiamenti sarebbero necessari per creare un mercato musicale libero da giochi di potere, che possa permettere agli artisti di gareggiare ad armi pari?

“Credo sia difficile curare una ferita profonda, ma non impossibile. Laddove c’è business è facile trovare qualcuno che lo gestisce e che tende a non avere intralci esterni. Pensa che i Jalisse sono citati come “caso anomalo” dal fu direttore di TV Sorrisi e Canzoni Gigi Vesigna, storico giornalista e grande conoscitore dei fatti musicali, all’interno del suo libro Vox populi, voci di sessant’anni della nostra vita (2010). Un giorno ci chiamò (aveva una grande stima per noi) alla presentazione alla stampa e scoprimmo, di fronte a Toto Cutugno, delle cose incredibili! Antonio Ricci nella prefazione scrisse: “Sanremo si divide in AJ e PJ: Ante Jalisse e Post Jalisse” e secondo lui, ma confermato da tante testimonianze, noi siamo stati lo spartiacque del Festival, promotori di un cambiamento, una falla di un sistema. Noi, etichetta indipendente, autori, produttori, editori, discografici al 100% avevamo vinto un Festival. A quanto pare non piacque”.

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