NEW YORK – “La guerra finirà presto, ma dobbiamo completare il lavoro”. Le parole del presidente americano Donald Trump sul conflitto in Medio Oriente fanno oscillare il prezzo del petrolio. Durante la notte tra mercoledì 11 e giovedì 12 marzo ha superato quota 100 dollari al barile, nonostante lo sblocco delle riserve per scongiurare una carenza globale. All’alba, invece, è stato registrato, sui mercati asiatici, un lieve rallentamento a 97,6.
La più grande interruzione dell’offerta di petrolio nella storia
Nel frattempo, è arrivato l’allarme dell’Aie – Agenzia internazionale per l’energia – che ha avvertito che “la guerra sta causando la più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale”. Così, i produttori di greggio del Golfo sono stati costretti a tagliare la produzione. Quest’ultima, infatti, è in calo di almeno otto milioni di barili al giorno, con ulteriori due milioni bloccati quotidianamente relativi ai prodotti petroliferi, inclusi i condensati. Un volume quasi pari al 10% della domanda mondiale.
400 milioni di barili svincolati, è record
Nel corso della giornata di mercoledì 32 Paesi membri dell’organizzazione, nata in seguito alla crisi petrolifera del 1974, avevano concordato all’unanimità di mettere a disposizione del mercato 400 milioni di barili dalle loro riserve di emergenza. Un volume record per correre ai ripari, pari a più del doppio rispetto ai 182 rilasciati dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Le riduzioni dovrebbero essere parzialmente compensate anche grazie all’aumento della produzione dei Paesi non membri dell’alleanza allargata OPEC+.
Prima del conflitto, i flussi di greggio e prodotti petroliferi che attraversavano lo stretto di Hormuz, punto di passaggio chiave per il commercio, erano circa 20 milioni di barili al giorno. Oggi si sono ridotti drasticamente.


