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HomeCultura Publish or perish, quando la scienza diventa un gioco a punti

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Uno ogni cinque giorni. È il ritmo con cui alcuni ricercatori riescono a pubblicare i propri articoli scientifici. Li chiamano “super produttori” e in Italia ce ne sono 62. Non pochi, dal momento che il nostro Paese si colloca al quarto posto per produttività, subito dietro Arabia Saudita (69), Stati Uniti (124) e Cina (303). Questo risultato è figlio di un sistema spietato, su cui aleggia un’ombra di frodi e comportamenti poco etici: lo chiamano publish or perish, pubblica o muori, ed è il meccanismo che tiene sotto scacco vite e carriere dei ricercatori.   

Fonte: John P.A. Ioannidis, Thomas A. Collins, Jeroen Baas, “Evolving patterns of extremely productive publishing behavior across science” (Scientometrics)
It's publish or perish, stupid

In Italia e non solo fare carriera nel mondo accademico è una questione di numeri. Dopo anni di esami, concorsi e contratti precari, l’unico parametro che conta davvero – quello che decide il futuro di un ricercatore – è l’H index. Due cifre spietate che misurano la produttività e l’impatto scientifico delle pubblicazioni di uno studioso attraverso le citazioni che riceve. Più l’H index è alto, più dimostra una qualità di ricerca superiore. Ma la realtà è ben diversa.

Super produttori in Italia
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Il passaggio decisivo sono le peer review, letteralmente revisioni tra pari. Pensate come un filtro di qualità per la ricerca, queste valutazioni condotte da esperti dello stesso settore su un determinato studio possono diventare un collo di bottiglia per la ricerca. È in questo scenario che entra in gioco la dinamica del publish or perish: in un sistema dove vince chi pubblica di più, i ricercatori sono spinti a produrre lavori scientifici in una corsa senza fine.  Per ottenere una borsa di studio e magari una cattedra all’università, non conta più la qualità, ma la quantità. In questo contesto – come conseguenza dell’open access – proliferano le riviste predatorie.

“L’introduzione di una transazione monetaria tra chi deve fare la selezione, l'editore e l’autore per coprire i costi della pubblicazione non era mai esistita prima nella selezione di lavori scientifici”

Ogni articolo, per essere pubblicato, deve affrontare un processo di revisione tra pari, anche conosciuto come peer review. L’editore di una rivista effettua una prima valutazione del testo e poi seleziona i revisori. Si tratta di figure specializzate in uno o più campi scientifici che analizzano l’originalità e la metodologia usata dagli autori dello studio. 

Gli stessi revisori, inoltre, comunicano all’editore l’accettazione del lavoro con o senza modifiche e, in alcuni casi, anche il rifiuto. “In alcuni casi – evidenzia Bishop – si pretende che l’autore dello studio citi articoli scritti dal revisore e dai suoi colleghi”.

Oltre a essere il principale metodo di validazione scientifica, la peer review agisce come filtro per la pubblicazione di articoli scientifici di qualità. Ma è proprio in questo scenario che entrano in gioco le riviste open access. Questo modello di pubblicazione, nato per garantire l’accesso libero, inclusivo e senza barriere ai lavori scientifici sul web, ha facilitato la diffusione dell’editoria predatoria. Alcune riviste ne hanno approfittato.

Il motore che muove le riviste predatorie è il profitto economico. I soldi vengono prima di tutto e a farne le spese è la ricerca scientifica. Il copione è sempre lo stesso: la newsletter delle riviste è la porta d’ingresso, le brochure promozionali compilate dagli editori, l’amo. È così che domanda e offerta si incontrano sulle “riviste spazzatura”. 

Nel pacchetto, molti editori offrono anche la garanzia del rispetto degli standard tradizionali dell’editoria scientifica, ovviamente dietro compenso. Promessa, però, che viene puntualmente tradita. Il punto è che “studi imperfetti o deboli potrebbero essere presi sul serio e ciò non sarebbe colpa degli autori” sottolinea Bishop. Chi si dedica, invece, alla revisione di massa vede aumentare il proprio H index rispetto ad altri scienziati dello stesso settore. 

Il primo a parlare di editoria predatoria è stato il bibliotecario americano Jeffrey Beall. Nella sua Beall’s List, sono segnalate diverse riviste open access fraudolente. Un elenco che a un primo sguardo sembra essere infinito: dall’India al Pakistan, dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. Anche in Italia il fenomeno è molto diffuso, ma è più facile che i ricercatori italiani pubblichino su giornali stranieri.

Le riviste predatorie rappresentano solo la punta dell’iceberg del più ampio sistema di pubblicazioni fraudolente. Come conferma il ricercatore Luca De Fiore, l’integrità scientifica è minacciata anche dall’uso sconsiderato dell’intelligenza artificiale. Il fenomeno dei paper mills, spiega De Fiore, “è un surrogato delle attività di alcune agenzie che usano l’IA per produrre finti documenti scientifici”. Questi articoli ricalcano la struttura, il linguaggio e la metodologia di lavori originali, ma con dati e contenuti del tutto fasulli. Il fenomeno, chiarisce l’esperto, è in crescita: “Le agenzie operano in modo imprenditoriale e vendono le posizioni delle firme ai clienti”.

 L’intelligenza artificiale si estende anche al fenomeno delle review mills, toccando un punto cruciale dell’etica accademica. Come sottolinea il chimico Gianfranco Pacchioni, “Bisogna necessariamente dare in pasto ai sistemi il contenuto dell’articolo. È una violazione assoluta delle regole che il revisore dovrebbe sottoscrivere al momento della revisione”. La pratica incide direttamente sulla riservatezza del manoscritto: “Nel momento in cui viene messo in un sistema di IA diventa pubblico e accessibile a chiunque”.

Review mills, quando la scienza diventa un concorso

Nel sottobosco della ricerca scientifica – tra revisioni scritte dall’intelligenza artificiale, editori fantocci e riviste con una reputazione scientifica opinabile – il mondo accademico diventa un concorso a punti.  

“Articoli diversi dovrebbero generare commenti diversi, anche quando il revisore è lo stesso”, spiega Ángeles Oviedo-García, docente di economia all’Università di Siviglia e coordinatrice dello studio “Manipolare il sistema di revisione tra pari”. Il punto è che “si trovano commenti identici o molto simili in più rapporti di revisione, spesso accompagnati da suggerimenti di citazioni a lavori dello stesso revisore o di suoi colleghi”, prosegue Oviedo-García.

Alle paper mills, le ormai note fabbriche della scienza che producono articoli su commissione, negli ultimi anni si sono affiancate strutture meno visibili, i laboratori di revisioni. In inglese le chiamano review mills. In italiano una traduzione consolidata ancora non c’è. Perché il fenomeno è recente e, soprattutto, poco raccontato.

Come suggerisce il nome, sono realtà più piccole dei paper mills, ma anche più organizzate. Più metodiche. E, per certi versi, più difficili da identificare, sostiene Dorothy Bishop, docente di Psicologia a Oxford e coautrice dello studio con Oviedo-García. “Per i semplici lettori individuare le review mills è quasi impossibile. Risulta evidente, invece, per gli esperti che esaminano le revisioni della stessa persona”. 

Revisori seriali: i furbetti della sanità italiana

L’indizio da seguire è una “frase preconfezionata”, boiler tape nel linguaggio di chi va a caccia di false revisioni: “Leggo con grande interesse il manoscritto intitolato X, riguardo all’argomento Y, che, secondo la mia opinione, è abbastanza interessante da attrarre l’attenzione del lettore”. Analizzando questo tipo di formule ricorrenti, il pool di ricercatori composto da Bishop e Oviedo-García è riuscito a individuare una rete italiana di revisori seriali. 

Provengono tutti dallo stesso ambiente, pubblicano spesso insieme e compaiono come autori, revisori ed editor all’interno delle stesse riviste. Un circuito chiuso in cui chi scrive, valuta e pubblica, di fatto, coincide. Nelle revisioni “precompilate” che utilizzano, suggeriscono agli autori di citare i loro colleghi, alimentando un sistema di “scambio” delle citazioni che serve a gonfiare i loro H index. 

Alcune revisioni con linguaggio “boilertape” scritte da revisori italiani e accompagnate da suggerimenti di citazioni. I ricercatori da citare sono indicati per mezzo del loro codice identificativo PubMed

“La revisione è un processo etico – spiega Pacchioni -. Se viene compromesso, si mette a rischio l’intero sistema di validazione scientifica”. In ambito sanitario, dove la ricerca guida protocolli clinici e decisioni terapeutiche, un sistema di revisione debole può tradursi in un rischio concreto per i pazienti. La diffusione di pubblicazioni di dubbia qualità può poi alimentare la sfiducia nei confronti della comunità scientifica, già contestata da una parte della popolazione durante il periodo del Covid.

Perché la reputazione conta più dei numeri

Nel mondo accademico italiano la ricerca sana esiste e fortunatamente rappresenta la parte dominante del sistema. “La qualità paga ancora”, spiega Elisabetta Cerbai, professoressa ordinaria di Farmacologia all’Università di Firenze.  Il valore di un ricercatore non si esaurisce nel numero di articoli pubblicati, “ma richiede scelte consapevoli e una forte determinazione”. La differenza, anche in questo caso, la fa il tipo di percorso che si sceglie di seguire.

“Essere dei bravi ricercatori è assolutamente possibile. Ho visto recentemente ottimi percorsi accademici costruiti su pochi lavori all’anno, ma solidi, coerenti e ben sviluppati”

A dimostrazione del fatto che costruire una reputazione accademica solida è un lavoro lungo, metodico e rigoroso.  Negli ultimi anni, a sostegno dei ricercatori onesti sono arrivati anche nuovi strumenti e una consapevolezza maggiore ma il professore di Economia all’università di Siena Alberto Baccini ricorda che il problema persiste: “Tutti dichiarano di voler combattere le pratiche illegali, ma si sa che chi ottiene risultati eccezionali spesso utilizza strategie al limite delle regole”. 

La possibile riforma “vaccino” e i suoi limiti

A complicare il quadro c’è la riforma del reclutamento universitario in discussione in Parlamento. Il disegno di legge prevede l’abolizione dell’Abilitazione Scientifica Nazionale e introduce un sistema più diretto, basato anche su autocertificazioni da parte del ricercatore. 

L’obiettivo dichiarato è semplificare le procedure. “L’evoluzione dei modelli di valutazione può contribuire a ridurre le citazioni strategiche e l’applicazione acritica della logica del publish or perish”, spiega il presidente dell’Anvur Antonio Felice Uricchio

Ma molti temono che si possa favorire uno strapotere del locale sul nazionale, come sostiene la dem Irene Manzi, membro della VII Commissione Cultura della Camera: “Il rischio, come è emerso anche nelle audizioni, è che aumenti il peso delle dinamiche interne ai singoli atenei”.

In un contesto così distorto non sorprende che anche un gatto sia riuscito a comparire tra gli autori di articoli scientifici. Un paradosso che fa sorridere, ma che oggi suona come un avvertimento: quando contano solo i numeri, il sistema smette di distinguere davvero tra rigore e superficialità.

LA CURIOSITÀ

Chester, il “gatto scienziato” che ha firmato due articoli

F.D.C. Willard. Un nome come tanti tra le firme di articoli scientifici, comparso per ben due volte in pubblicazioni accademiche. Nulla di insolito, se non fosse che dietro quello pseudonimo non si nasconde un ricercatore, ma Chester, un gatto siamese. Il suo proprietario era il fisico americano Jack H. Hetherington, che nel 1975 si trovò di fronte a un problema apparentemente banale: aver scritto un articolo usando il “noi” invece del “io”. 

Per risolvere un piccolo problema editoriale, Hetherington inventò un co-autore. Così nacque F.D.C. Willard — Felis Domesticus Chester — che firmò l’articolo pubblicato su Physical Review Letters. L’episodio ebbe anche un seguito: il gatto comparve come unico autore in un’altra pubblicazione.

Dietro l’aneddoto si intravede però una crepa nel sistema editoriale: se un gatto può diventare co-autore, quanto sono solidi i meccanismi di controllo? Una domanda che oggi, nell’era del publish or perish, suona meno divertente e molto più attuale.

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