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HomeCultura Reclutamento universitario, Manzi (Pd): “La riforma Bernini dà più potere agli atenei”

Reclutamento universitario
Manzi (Pd): “Il ddl Bernini
dà più potere agli atenei”

La deputata dem a Lumsanews

“Va ascoltata la comunità scientifica”

di Antonio Fera26 Marzo 2026
26 Marzo 2026

Irene Manzi | L'utilizzo della foto è stato autorizzato dalla diretta interessata

“L’Abilitazione Scientifica Nazionale poteva essere migliorata, ma eliminarla del tutto rischia di rafforzare logiche di selezione più localistiche”. L’onorevole Irene Manzi, membro della VII Commissione Cultura della Camera e responsabile scuola nella segreteria del Partito Democratico, guarda con cautela alla riforma del reclutamento universitario arrivata a Montecitorio dopo il via libera di Palazzo Madama lo scorso dicembre. Il provvedimento interviene sulle modalità di accesso alla carriera accademica e cancella uno dei passaggi introdotti dalla legge Gelmini.

A che punto è l’esame del provvedimento alla Camera?
“Il testo è arrivato qui dopo l’approvazione del Senato a dicembre, ma l’esame vero e proprio è iniziato solo da qualche settimana. In Commissione abbiamo avviato un primo ciclo di audizioni. Siccome nel passaggio parlamentare il testo ha subito alcune modifiche rispetto alla versione originaria del governo, come opposizione abbiamo chiesto di poter ascoltare di nuovo diversi rappresentanti del mondo accademico. Le audizioni non sono ancora concluse e al momento il provvedimento non è stato calendarizzato”.

Il punto più discusso resta l’eliminazione dell’Abilitazione Scientifica Nazionale. Perché secondo voi è un problema?
“L’Abilitazione Scientifica Nazionale era uno step preliminare nel percorso di accesso ai ruoli accademici. Certamente non era uno strumento perfetto e poteva essere migliorato, ma garantiva una certificazione a livello nazionale della qualificazione scientifica dei candidati. Con questa riforma si sceglie invece di eliminarla e di affidarsi a un sistema diverso, che prevede anche meccanismi di sorteggio. Il rischio, come è emerso anche nelle audizioni, è che aumenti il peso delle dinamiche interne ai singoli atenei”.

Quindi il timore è che il sistema diventi più locale che nazionale?
“Esatto. L’abilitazione nazionale rappresentava comunque un riferimento comune. Togliere quel passaggio significa lasciare più spazio alle dinamiche di selezione interne alle università. Il governo ha spiegato questa scelta sostenendo che l’abilitazione creava quasi un’aspettativa automatica al passaggio di ruolo, per esempio da ricercatore a professore associato. Ma eliminarla completamente mi sembra una risposta troppo radicale a quel problema”.

Nel testo è prevista anche una forma di autocertificazione da parte dei candidati.
“Sì, anche questo aspetto lascia diversi dubbi. Inserire l’autocertificazione dentro una procedura concorsuale che dovrebbe garantire criteri chiari e verificabili è quantomeno discutibile. I miei colleghi di partito al Senato avevano presentato alcune proposte per migliorare il testo, ma non sono state accolte dal governo”.

Negli ultimi anni si è parlato molto anche di indicatori bibliometrici e della corsa alle pubblicazioni scientifiche.
“È un tema reale. Le carriere universitarie sono state fortemente orientate da parametri come il numero di pubblicazioni, le citazioni o l’H index. Questo ha finito per condizionare molto i percorsi professionali. Non significa che tutto il sistema sia sbagliato, ma è evidente che serva una riflessione più ampia su come valutare davvero la qualità della ricerca scientifica. Una riforma di questo tipo avrebbe dovuto nascere da un confronto molto più ampio con la comunità scientifica”.

Che tipo di riforma servirebbe davvero all’università italiana?
“Prima di tutto serve un confronto più largo con chi nell’università lavora ogni giorno. L’obiettivo dovrebbe essere valorizzare la qualità della ricerca e garantire procedure di reclutamento trasparenti. La parola merito viene spesso usata in modo un po’ retorico, ma il punto vero resta la qualità della produzione scientifica e della didattica. Una riforma dovrebbe andare in quella direzione, rafforzando criteri chiari e condivisi, non aumentando l’incertezza delle procedure”.

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