Giuseppe Povia è un cantautore italiano che, nel corso della sua carriera, si è sempre saputo distinguere grazie a una scrittura diretta e spesso provocatoria. Vincitore del Festival di Sanremo nel 2006 con la canzone Vorrei avere un becco, viene ricordato per i suoi grandi successi come I bambini fanno oh, ma anche per essere una voce fuori dal coro nel panorama musicale italiano.
Come descriverebbe il mondo della discografia odierno?
“Non molto diverso dal passato, ma esiste un potere più grosso. È cambiata la traiettoria del pubblico e il modo in cui si vende la musica. Attraverso le piattaforme di musica streaming, per esempio, le major sono riuscite a prendere un pubblico vastissimo che utilizza gli smartphone per ascoltare la musica, specie le nuove generazioni. Esistono playlist create dalle major che mettono in “evidenza” le canzoni. L’operazione è molto furba e intelligente perché, se in una playlist seguita da due milioni di ascoltatori un certo brano viene ascoltato 5 volte, la major ottiene 10 milioni di streaming”.
Quali sono le principali problematiche legate a questo mondo?
“Il problema, oggi, è che il digitale molto spesso non combacia con il mondo reale. Per questo si vedono cantanti esordienti che hanno ascolti impressionanti, come fossero già estremamente famosi, ma che poi sono costretti ad annullare concerti per mancanza di pubblico. Fare musica dal vivo e far muovere le persone non è come fare clic”.
Che peso hanno le major nelle carriere dei cantanti?
“Per permettere a un artista di pubblicare canzoni e addirittura un album, oggi, non ci vuole poi molto sforzo o molto denaro. Le major puntano molto su spontaneità e gradimento. Dopodiché, se quell’artista consegue un successo spontaneo immediato, ci lavorano un po’ di tempo fino a quando la sua valvola si sgonfia. Il peso maggiore delle major, però, è quello di pressione su direttori artistici, televisioni e radio per far entrare i loro artisti nelle trasmissioni. Questa è una forma di bullismo di potere che non premia sempre il merito”.
Le major impattano anche nelle scelte degli artisti per i grandi eventi? Penso, per esempio, ai cantanti in gara al Festival di Sanremo.
“Appunto, credo che basti guardare le major che rappresentano i cantanti in gara e si capisce tutto”.
Quali cambiamenti sarebbero necessari per creare un mercato musicale libero da giochi di potere, che possa permettere agli artisti di gareggiare ad armi pari?
“Non saprei. Visto che il mondo sta andando nella direzione di dare quote a tutti, sarebbe l’ora di dare spazio ai produttori indipendenti come me. Siamo in centinaia, ogni anno, a rimanere esclusi”.


