"Anche col Decreto Crescitai bilanci dei club di Arestano in rosso"

Marco Iaria (Gazzetta dello Sport) “Il gap col resto d’Europa è ampio”

Abolire il Decreto Crescita nel calcio avrebbe conseguenze negative, ma forse anche alcuni effetti positivi. Tuttavia, la situazione economico-finanziaria dei club italiani rimane in “rosso” e il gap con il resto d’Europa molto ampio. Marco Iaria, giornalista della Gazzetta dello Sport e curatore della rubrica Sport&Business, spiega a Lumsanews in che momento si trova il nostro calcio.

Che cosa succederebbe se si abolissero le misure sugli ingaggi dei calciatori dall’estero? 

“Ci sarebbero senz’altro delle ricadute negative per i club, soprattutto per quelli che ne hanno beneficiato di più. Questa legge è servita per avvicinare giocatori altrimenti inarrivabili o comunque difficilmente assorbibili all’interno del costo del lavoro dei club grazie allo sconto del 50% sui redditi. Se venisse abolita, tutta una serie di giocatori che hanno degli stipendi molto elevati, parliamo dai 7/8 milioni netti in su, non dico che sarebbe impossibile prenderli, ma molto difficile. È chiaro che la capacità di spesa senza il beneficio fiscale diminuirebbe, perché il costo complessivo dell’operazione sarebbe più alto. Quindi potremmo assistere a una riduzione del numero degli arrivi, oltre che all’impossibilità di fare determinate operazioni”.

Quale potrebbe essere, invece, l’effetto positivo?

“L’effetto positivo potrebbe essere ciò che sostiene, per esempio, l’Assocalciatori, da sempre critica sul Decreto Crescita. Senza questa norma, infatti, i club italiani sarebbero indotti a investire di più sui calciatori italiani. Quindi ci sarebbe una rivitalizzazione del mercato interno, perché verrebbero a mancare i benefici fiscali per ingaggiare giocatori provenienti dall’estero, e una valorizzazione dei talenti locali. Il Decreto, infatti, negli ultimi anni può aver creato un effetto distorsivo, penalizzando il mercato domestico e portando i club a effettuare operazioni convenienti nelle previsioni, ma che si sono rivelate negative sia dal punto di vista tecnico che economico”.

Si è parlato molto dei casi retroattivi, che cosa vuol dire?

“Vuol dire che, in caso di abolizione del Decreto, bisognerà capire come saranno gestite le operazioni che sono già state fatte. Ad esempio, i giocatori arrivati in estate avrebbero avuto uno stipendio alleggerito per le casse della società a partire dal primo gennaio del 2024 e avevano un determinato costo nei budget previsionali dei club. Se venisse applicata una sorta di moratoria per questi casi sarà un conto, altrimenti è chiaro che per le società ci sarà un’ulteriore penalizzazione se alcuni calciatori non potessero più beneficiare delle agevolazioni fiscali”.

Guardando i bilanci delle squadre di Serie A, com’è la situazione attuale?

“Quasi tutte le società di Serie A operano sul mercato nella logica dell’autosufficienza, cioè prevedono dei costi sia per i cartellini, sia per gli stipendi che debbano essere compensati dalle entrate. Tuttavia, molti club italiani, soprattutto di prima fascia, hanno speso più di quello che potevano in questi anni, con i costi per i trasferimenti, la gestione della rosa, gli stipendi e gli ammortamenti superiori ai ricavi. Ancora non conosciamo i dati dell’anno scorso, ma basti pensare che solo tra il 2020 e il 2022, quelli in cui ha fortemente impattato l’emergenza Covid-19, la Serie A ha registrato perdite aggregate per un miliardo a stagione. Siamo di fronte a una situazione insostenibile dal punto di vista finanziario”.

La misura, quindi, non è sufficiente da sola a ridurre il gap economico e sportivo con le corazzate d’Europa ?

“No, perché parliamo di stipendi comunque irraggiungibili  e soprattutto insostenibili per i bilanci delle squadre italiane, anche con l’abbattimento al 50% delle imposte. È stata una manovra che ha consentito di fare delle operazioni importanti e convenienti per migliorare la qualità tecnica delle rose, ma molto marginalmente, soprattutto se facciamo un paragone con le leghe principali e valutiamo l’indice di competitività. È stata una misura con un’incidenza marginale e che ha contribuito, pur non risolvendo tutte le difficoltà”.

 

Antonino Casadonte

Mi chiamo Antonino Casadonte e vengo da Palmi, in provincia di Reggio Calabria. Ho conseguito la Laurea Magistrale in Lingue, Letterature comparate e Traduzione interculturale all'Università di Perugia. Oltre ad essere un esperto di lingue, letterature e culture, sono un grande appassionato di giornalismo e di calcio. Per questo motivo, nel futuro sogno di coniugare le mie due passioni e di diventare giornalista sportivo.