Cucchi, oggi la sentenza per i 12 imputati. Storia di un ragazzo morto nella mani dello Stato

Stefano Cucchi finì i suoi giorni il 22 ottobre 2009, dopo un’agonia durata cinque giorni, nell’imperizia (o peggio, lo stabiliranno i giudici) dei medici e senza che nessuno dei suoi parenti fosse riuscito a fargli visita. Morì solo, con due vertebre fratturate e i cateteri gonfi. Ma il suo calvario era iniziato una settimana prima, quando questo ragazzo del ’78, diplomato al geometra, venne fermato per detenzione di hashish e cocaina dai carabinieri della stazione Appia.

Da lì in poi una via crucis: prima tappa Tor Sapienza, dove Stefano viene trattenuto dopo l’arresto mentre i carabinieri perquisiscono casa sua. Alcuni degli appuntati lo ricordano “gentile” e “scherzoso”, “Io non sono seccho, è lei che è grasso”, dice al comandante della stazione, Mandolini. Forse pensava ad un fermo breve, invece finisce nelle celle sotterranee del tribunale di piazzale Clodio. Lì, secondo l’accusa, e la memoria difensiva presentata dagli avvocati di Ferrara Fabio Anselmo e Alessandra Pisa (gli stessi del caso Aldrovandi), viene pestato dagli agenti della penitenziaria che lo hanno in custodia in attesa dell’udienza di convalida dell’arresto. Calci alla schiena e vertebre spezzate, sotto gli occhi dell’unico testimone, uno straniero (sempre come nel caso Aldrovandi), Samura Yaya, cittadino del Mali che ha deciso di parlare e raccontare come in quella notte un ragazzo finito nelle mani dello Stato si sia ritrovato sul pavimento di una cella a chiedere aiuto mentre veniva riempito di botte.

Oggi a Rebibbia si ritroveranno tutti insieme in aula, carnefici e parenti, per la sentenza della Corte d’Assise che riguarda 12 imputati: gli agenti della penitenziaria, Minichini, Santantonio e Domenici, imputati di lesioni personali aggravate, rischiano due anni di carcere. Gli altri 9 imputati (Fierro, il responsabile del reparto protetto del Pertini, la dirigente Caponetto, i medici Bruno, Corbi, Di Carlo, Preite De Marchis e gli infermieri Flauto, Martelli e Pepe, accusati a vario titolo di reati come falso e abuso d’ufficio, abbandono di incapace, favoreggiamento e omissione di referto) pene che non superano i 7 anni.

Perché il punto è tutto lì, nell’ultima tappa. Stefano arriva all’Ospedale Pertini coperto di lividi e con lesioni alla schiena. Ma i medici che lo prendono in cura non capiscono, sottovalutano, o forse peggio, le sue condizioni. Cinque giorni dopo, senza nessuno al suo capezzale, il cuore di Stefano cessa di battere. Alla volontaria Benedetta, Cucchi affidò il suo testamento, raccomandandosi per la sorte del suo cagnolino. «I servitori dello Stato mi hanno fatto questo. Ne parlerò soltanto con il mio avvocato”. Non ce l’ha fatta.