Fuga dal Pd, il popolo della sinistra dissolto nel M5s

Dove è finito il popolo del Partito Democratico? Quello novecentesco, quello delle tessere che non ci sono più. Evaporato. Non si trova dentro i circoli, sempre più deserte le sezioni che ribollivano di idee e iniziative dei tesserati per i quartieri e per il Paese. A Roma il Pd conta seimila iscritti. Una miseria rispetto al 2013 quando erano oltre 16mila.

Venerdì 16 marzo siamo davanti al circolo Pd Trionfale-Borgo, ora anche Mazzini-Prati, che copre un’area dal Vaticano allo Stadio Olimpico. È come se Pisa, tutta, avesse un solo circolo Pd. Chiuso però. Riceve su appuntamento. Il telefono squilla a vuoto. Eppure qui il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha sbaragliato tutti attestandosi attorno al 42%. Riusciamo a raggiungere telefonicamente Marco Cappa, segretario del I municipio: “Dobbiamo capire chi vogliamo rappresentare. Il Pd ha presentato un programma basato sulle proposte possibili ma non è bastato. Ripartiremo da chi non ci vota, dai giovani”.

Il circolo è tra i pochi a non aver registrato un’emorragia di iscritti nel 2017. “Avevamo poco più di mille iscritti nel circolo municipale e abbiamo chiuso a poco meno di mille” ha dichiarato. Tra i mille anche Carlo Calenda, “iscritto eccellente” lo definisce il segretario Cappa e aggiunge: “Se abbiamo perso al sud è perché lì ci sono seri problemi di difficoltà economica, di vita”.

Ma per capire la disaffezione verso il PD non serve andare al sud Italia, basta uscire fuori dal centro storico. Nel Tuscolano l’ex campione olimpico di judo Felice Mariani candidato con i Cinquestelle ha sorpassato il candidato Rampelli di Fratelli d’Italia, ma soprattutto la paladina dei diritti per i disabili Ileana Argentin, volto noto della Capitale. A est di Roma, che comprende Torre Angela e Tor Bella Monaca, il Movimento Cinque Stelle ha trionfato contro il presidente del Pd di Roma, Matteo Orfini.

Ci spostiamo a Tor Sapienza, periferia rovente di campi rom e scontri di strada fra CasaPound e centri sociali. Qui il circolo è chiuso. Fuori il portone non ci sono neanche informazioni per chiamare la segreteria. Incontriamo un ex militante, Flavio, 28 anni. Iscritto al Pd da quando ne aveva 20, lo ha lasciato dopo il referendum costituzionale: “Non mi parla” dice a LumsaNews, “il partito è sordo e muto, perso in logiche di correnti. Il mondo fuori non lo vedono nemmeno. Hanno fatto come volevano ed io me ne sono andato” racconta. “Il Jobs act, l’articolo 18 e poi la riforma costituzionale. All’inizio pensavo che questa gente si trovasse nel partito sbagliato. Poi, dopo mesi di assemblee e incontri ho capito che ero io. Il Pd è diventato qualcosa che parla al centro storico forse, ma non ai giovani precari. A noi che siamo il centro della società”.

Sezione di “Villa Gordiani”, sempre in periferia. Incontriamo Ivan, prima la militanza nei Ds poi dentro il Partito Democratico dagli esordi. Ivan ha deciso che non rinnoverà la tessera quest’anno: “Ho ascoltato le analisi del voto. Non capiscono. Pensavano di poter fare campagna così sul web. Di vivere di rendita. Invece serviva andare a riprendere le persone e tirarle fuori da casa, altro che Facebook. Dar loro qualcosa di più interessante di uno spot televisivo con il segretario che parla ad una famigliola benestante in macchina. Ma chi pensava di parlare? Non a me”. Continua: “Anche la Lega e il M5s usano il web ma non solo quello. A me ricordano un modello simile al Pci di antica memoria. Guarda la Lega quanti voti ha preso. Per i tweet di Salvini? Non credo. È uno stile premoderno, il camioncino e il megafono, bussano e ti aiutano a risolvere i problemi minimi che per le persone sono fondamentali. Noi non facciamo né l’uno né l’altro”.

Il Pd sembra diventato un partito di élite confinato nella classe medio-alta. Il fenomeno è documentato sul sito del Cise – Centro Italiano Studi Elettorali: “Una scelta coerente – scrive Lorenzo De Sio professore ordinario di Scienze Politiche alla Luiss di Roma – con la strategia scelta dal partito di puntare su temi come l’innovazione tecnologica, i diritti civili, l’integrazione europea, la globalizzazione, e più in generale con una narrazione ottimistica delle trasformazioni dell’economia e della società contemporanea. Tuttavia, l’altra faccia di questa strategia è che, inevitabilmente, i ceti che si sentono minacciati dagli effetti negativi di queste trasformazioni non hanno percepito il Pd come un partito in grado di ascoltare le loro istanze”.

Cise (Centro Italiano Studi Elettorali)

Esiste il mondo della direzione del Pd, esiste il mondo di Twitter e Facebook, poi esiste il mondo di fuori. Quello di una disillusione che cresce e allontana dalle sezioni, dai gazebo. La politica ci ha lasciati orfani, dice Antonio, che ha la stessa età del segretario dimissionario Matteo Renzi, quarantatré anni, ex architetto oggi precario dentro un call center a 400 euro al mese: “Ho votato Renzi alle primarie, ricordo. Rottamiamo, cambiamo. E poi? E poi nulla. Oggi voto Cinquestelle e se non cambia non voto più niente. Se loro non si preoccupano di noi, perché io dovrei occuparmi di loro”. Noi, loro. Il mondo di dentro, il mondo di fuori.