In Groenlandia bisogna evitare l’escalation con gli Stati Uniti, ma “con un interlocutore come Trump solo una reazione europea forte e compatta può risultare efficace” per scongiurare uno scenario folle che rischia di segnare la fine della Nato. In un’intervista a Lumsanews il Generale Vincenzo Camporini spiega cosa significherebbe per l’equilibrio delle relazioni internazionali un’azione militare di Washington sull’isola appartenente alla Danimarca.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a ripetere che la Groenlandia è una priorità per la sicurezza degli Usa. È davvero così?
“Gli atteggiamenti di Trump sul tema sono assolutamente predatori. Non c’è nessun motivo strategico-militare che possa giustificare un’azione militare. La Groenlandia è già un territorio sotto controllo dell’Alleanza Atlantica: appartiene alla Danimarca, che è un Paese membro della Nato. Se esiste una minaccia agli accessi artici, nulla impedisce di rafforzare la difesa dell’area all’interno degli strumenti e degli accordi già esistenti, senza mettere in discussione la sovranità di un alleato.”
L’isola appartenente alla Danimarca è un fronte scoperto nella sfera d’influenza americana?
“Il vero nodo della sicurezza artica non è tanto la Groenlandia in sé, quanto il controllo del tratto di Atlantico tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, da sempre centrale per la difesa del Nord America. È un’area che la Nato presidia storicamente con grande attenzione, anche attraverso un comando navale in Gran Bretagna. Anche l’Italia contribuisce a questo dispositivo partecipando da anni, a rotazione con gli altri alleati, alla difesa dello spazio aereo islandese che non dispone di una propria aeronautica.”
Quanto pesa l’apertura delle nuove rotte a Nord nel ritorno dell’Artico al centro delle strategie militari ed economiche delle grandi potenze?
“L’aumento delle temperature sta cambiando concretamente la geografia dei traffici globali. Nel prossimo futuro, una parte delle merci che oggi transitano dall’Oceano Indiano, dal Canale di Suez e dal Mediterraneo potrà utilizzare la rotta artica settentrionale, a nord della Federazione Russa, con una riduzione significativa dei tempi e dei costi di trasporto. È questo uno dei fattori che sta rendendo l’Artico sempre più centrale anche dal punto di vista strategico ed economico.
Le risorse naturali sono la vera chiave?
“Sono un altro fattore decisivo. Il progressivo ritiro dei ghiacci rende più accessibile lo sfruttamento delle risorse minerarie presenti nella regione, aumentando l’interesse economico e strategico per l’Artico. Su questo terreno le grandi potenze si muovono da anni.”
Cina e Russia restano la minaccia principale per gli americani nell’Artico?
“Non credo che Cina e Russia oggi possano costituire una minaccia particolare per gli Usa tale da indurre a operazioni drastiche come quello che vorrebbe fare Trump.”
Ma la Russia ha una forte presenza nell’Artico
“La Russia è un attore importante su questo versante. Basta considerare la costa russa che guarda sull’Artico. Tuttavia, il ruolo di Mosca nella regione va ridimensionato almeno sul piano navale. La flotta di superficie russa, che dovrebbe garantire la sicurezza del transito lungo la rotta artica, ha capacità operative molto limitate e non rappresenta, allo stato attuale, una minaccia. Il vero peso russo nella regione si gioca su altri piani, non sulla superiorità navale convenzionale.”
Quali?
“Pochi hanno notato l’importanza strategica delle isole Svalbard, un arcipelago appartenente alla Norvegia e fondamentale per il controllo del traffico nell’Atlantico settentrionale. Va ricordato che su questo territorio vige un trattato internazionale stipulato tra Norvegia e Unione Sovietica che ne proibisce l’uso a fini militari.”
Dal punto di vista strategico le Svalbard sono un nodo sensibile o restano marginali rispetto alla Groenlandia?
“Pur rimanendo smilitarizzate, le Svalbard sono comunque strategiche perché permettono di controllare in modo puntuale il traffico che transita nel canale dell’Atlantico settentrionale, tra Gran Bretagna, Islanda e Norvegia. La presenza russa sull’arcipelago è comunque molto limitata e di tipo scientifico, come quella italiana per le ricerche, quindi non ci sono elementi che facciano prevedere scenari simili a quello della Groenlandia.”
Torniamo al ruolo cinese nell’Artico
“Pechino ha un interesse nell’area, ma va ricordato che per la Cina la rotta artica passa attraverso lo stretto di Bering, un tratto di mare molto corto tra la penisola di Kamčatka e la Russia, quindi facilmente controllabile.”
E i Paesi europei?
“Per quanto riguarda gli interessi europei, i Paesi della Nato come la Norvegia e quelli dell’Ue con accesso all’Artico, come Svezia e Finlandia, hanno un interesse diretto nella regione. La Norvegia, ad esempio, trae una parte significativa delle sue risorse dai campi petroliferi offshore artici, che rappresentano una rilevanza strategica ed economica fondamentale. Anche l’Italia ha un ruolo: Eni ha investito in modo consistente nei giacimenti norvegesi, e il nostro Paese ha storicamente svolto attività di ricerca e esplorazione nell’Artico.”
L’Artico può diventare il banco di prova della credibilità strategica europea?
“Con un interlocutore come Trump solo una reazione europea forte e compatta può risultare efficace. Lo si è visto nel confronto sui dazi tra Stati Uniti e Cina, dove di fronte a una risposta ferma – ma calibrata – il presidente americano ha rapidamente fatto marcia indietro.
Davanti alla crisi artica, l’Italia deve scegliere da che parte stare o continuare a distinguersi dagli alleati europei?
“Il tentativo dell’Italia di non essere assimilata agli altri partner europei è, a mio avviso, un errore strategico che rischiamo di pagare caro. Roma dovrebbe partecipare pienamente alle decisioni comuni, inclusa l’eventuale presenza militare. Anche se questo dovesse significare lo schieramento di un contingente, magari simbolico, in Groenlandia. L’importante è che sia una scelta condivisa non dettata da logiche nazionali isolate.”


