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HomePolitica Legge elettorale, via libera dal Senato con 113 sì. Il testo torna alla Camera

Legge elettorale
Via libera del Senato
Il testo torna alla Camera

Le opposizioni: "Una truffa"

C'è attesa per i rilievi del Colle

di Roberto Abela15 Settembre 2026
15 Settembre 2026
Legge elettorale Senato

Cartelli di protesta in Senato durante la votazione finale del disegno di legge sulla Riforma elettorale, Roma, 15 Settembre 2026 | Fonte: Ansa

ROMA – L’Aula del Senato ha approvato la riforma della legge elettorale con 113 voti a favore, 71 contrari e due astenuti. Il testo modificato tornerà dunque in terza lettura alla Camera, dopo che nella serata di ieri 14 settembre Palazzo Madama ha concluso l’esame di tutti gli emendamenti e ordini del giorno, dalle preferenze alle firme. Ma su questo secondo punto continua a montare la protesta delle forze politiche nuove o con un consenso minore. Sulla misura si sarebbe inoltre acceso il faro del Quirinale che, come da prassi, prima di pronunciarsi su qualsiasi aspetto attende che i provvedimenti siano approvati definitivamente dalle Camere e vengano trasmessi al Colle.

Il testo arriva blindato alla Camera

Battezzato “Melonellum” o “Stabilicum” rispettivamente da opposizioni e maggioranza, dopo aver incassato il sì di Palazzo Madama il testo arriverà blindato a Montecitorio. A questo punto è difficile ipotizzare modifiche, anche per quanto riguarda gli emendamenti più controversi, sui quali la maggioranza sembra aver trovato la quadra prima della discussione generale prevista per il 28 settembre. È probabile che il governo ricorra all’utilizzo della fiducia con voto palese per i vari articoli che sono stati toccati da modifiche. Resterebbe l’incognita del voto finale sul quale le opposizioni dovrebbero chiedere il voto segreto. Una eventualità che mette in allerta la maggioranza perché il rischio di una bocciatura dell’intero provvedimento – anche con il voto di alcuni settori del centrodestra – farebbe saltare tutto.

Il nodo delle firme al centro della polemica

Il punto più incandescente è quello sulle firme, l’emendamento della senatrice di FdI Antonella Zedda, che inasprisce i requisiti richiesti ai piccoli partiti e alle nuove formazioni politiche per potersi candidare alle elezioni politiche: dovranno raccogliere 6 mila sottoscrizioni per collegio invece delle 1.500 attuali. Un totale di 450 mila firme su tutto il territorio nazionale. Il Senato ha poi approvato l’articolo 5, che esonera dall’aumento della soglia le forze con un gruppo in almeno una delle due Camere al 31 dicembre 2025, e ha bocciato l’emendamento del dem Andrea Giorgis che avrebbe consentito la raccolta digitale tramite firma elettronica.

Caricature realizzate dal senatore Filippo Sensi nell’aula del Senato durante il voto finale del disegno di legge sulla Riforma elettorale | Foto Ansa

Onorato e Conte scendono in piazza

Emendamento di cui potrebbe cadere vittima Progetto Civico Italia, il neonato (giugno 2026) soggetto politico di centrosinistra fondato da Alessandro Onorato. Per questo l’attuale assessore ai Grandi Eventi, Sport, Turismo e Moda di Roma Capitale ha protestato ieri davanti al Senato insieme ai suoi sostenitori. In piazza Madama è accorso anche il leader M5s Giuseppe Conte, che ha parlato di una “norma antidemocratica, illiberale e incostituzionale”.

Dalla protesta lo stesso Onorato ha fatto sapere che non ha intenzione di aggirare l’obbligo previsto per i nuovi partiti di procurarsi almeno 450mila firme, necessarie per correre sia alla Camera che al Senato. Nei giorni scorsi era infatti trapelata l’ipotesi della possibile creazione di una componente a suo nome in Parlamento, grazie all’aiuto di Pd e pentastellati: cosa che gli consentirebbe di rimanere sulle 1.500 firme a collegio.

I ricorsi in tribunale allungheranno i tempi

La maggioranza, che sembra aver trovato la quadra sulle questioni più divisive, vuole arrivare all’approvazione finale entro la metà di ottobre, prima che entri nel vivo la sessione di bilancio. Un minuto dopo partiranno i ricorsi in più tribunali, per i quali è complicato, allo stato attuale, fare ipotesi sulla tempistica di eventuali pronunciamenti. Dalle opposizioni si sottolinea comunque che sarebbe auspicabile arrivare a una sentenza della Consulta prima dello scioglimento delle Camere anche per evitare un Parlamento delegittimato, anche da rilievi solo parziali.

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