Mascherine e Dpi, un pasticcio all’italiana

Da nord a sud, da est a ovest. Trovare le mascherine chirurgiche in farmacia – quelle a 0,50 centesimi più Iva promesse dal commissario straordinario all’emergenza Domenico Arcuri – è ancora difficile. Se a via Vitruvio a Milano la farmacista al telefono dice che ci sono, lo stesso giorno a Torino una sua collega ci riferisce il contrario: “Abbiamo soltanto le lavabili a 4,90 euro l’una”. Un po’ meglio a Firenze, dove in zona Ponte Vecchio ci dicono averne, anche se in piccole quantità; meglio a Roma: “Le abbiamo”. “Se ce le mandassero le venderemmo molto volentieri”, ci dicono da una farmacia nel cuore di Napoli; a Palermo invece c’erano, ma “sono finite, dovrebbero arrivare tra qualche giorno”. Se nelle farmacie c’è speranza di trovarle, lo stesso non si può dire dei tabaccai, dove si dovrebbero poter acquistare le mascherine: “No, al momento non le vendiamo”, ci dice – tra gli altri – un commerciante da Napoli. “Dovrebbero arrivare settimana prossima”, riferiscono da Roma; “Questi ne parlano, ma alla fine non ne mandano”, da Milano.

Eppure il 26 aprile Domenico Arcuri aveva assicurato che “ogni papà avrebbe potuto comprare con un euro due mascherine ai propri figli”, scontrandosi con la realtà, perché a oggi la produzione nazionale copre soltanto il 15% del fabbisogno. E non si tratta solo di mascherine: i Dispositivi di Protezione individuale (Dpi) – indispensabili per prevenire eventuali contagi – ancora scarseggiano. E se si va al supermercato per comprare dei guanti monouso o del gel disinfettante, si rischia di tornare a casa a mani vuote. “Nella grande distribuzione è più facile trovarli – dice Riccardo Quintili, direttore della rivista mensile Il Salvagente – anche se c’è il rischio di non sapere cosa si stia comprando. Come nel caso dei gel: la normativa infatti prevede che se il prodotto non è destinato a un presidio sanitario puoi non dichiarare la quantità di alcol presente all’interno”. In media infatti dovrebbero essere composti per il 60-70% da alcol e “in alcuni casi sono stati trovati gel dichiarati sanificanti con una percentuale del 25”. I guanti invece sono un discorso a parte, perché non esistono indicazioni scientifiche che ne attestino l’efficacia, anzi: “C’è il rischio che si generi una falsa sicurezza in chi li indossa; il guanto si infetta, e porta le persone a stare meno attente”, conclude Quintili.

Ma dall’inizio dell’emergenza Coronavirus è stata una corsa all’acquisto, che ha prodotto due risultati: l’esaurimento dei Dpi e la cavalcata di speculatori e truffatori: kit di cinque mascherine a 189 euro e confezioni di Amuchina a 25, sono alcuni degli annunci che era possibile trovare nei maggiori e-market del web. “Ci sono stati fenomeni speculativi, prima dell’epidemia le mascherine costavano 8-10 centesimi”, ha detto Roberto Tascini, presidente di Adoc (Associazione Difesa Orientamento Consumatori). “Abbiamo avuto migliaia di segnalazioni – con aumenti di prezzi anche del mille per cento – che abbiamo inoltrato all’Antitrust. C’è disorientamento, e anche la comunità scientifica non è riuscita a dare un messaggio univoco. E c’è anche una cattiva informazione, basti pensare alle mascherine che vengono pubblicizzate sui social dagli influencer, che non hanno il marchio CE e non sono altro che accessori che riportano l’indicazione di ‘mascherine filtranti’. Pericolosissimo, considerando che si rivolgono a centinaia di migliaia di giovani”.

Per validare i diversi tipi di Dpi infatti (occhiali, guanti, maschere e indumenti) – se sprovvisti di marchio CE – bisogna obbligatoriamente passare per l’Inail. Per verificare invece quali siano quelli già dotati di certificazione, si può consultare il sito di Accredia, l’ente italiano dell’accreditamento. Nel caso in cui le mascherine utilizzabili dal personale sanitario siano sprovviste di questo marchio, a esprimersi entro tre giorni (come per l’Inail) per dare il via libera o meno alla commercializzazione del prodotto deve essere l’Istituto superiore di Sanità. “I dati dell’Inail sono inquietanti, perché nei primi 45 giorni solo 5 mascherine su 100 sono risultate conformi, e questi prodotti sono già sul mercato”, aggiunge Quintili.

Molte importate dall’estero (in particolare la Cina), passate – più o meno regolarmente – per le dogane. Le presunte truffe su cui infatti le Procure italiane stano indagando sono numerose, e si va da quelle più eclatanti che riguardano l’ex presidente della Camera Irene Pivetti, a quelle realizzate da commercianti comuni, passando poi per casi da milioni di euro, come quello che ha coinvolto la Regione Lazio. Si passa da affari da milioni di euro a prodotti messi in vendita e mai recapitati, da articoli falsi o contraffatti a merce venduta per scopi differenti.

Ma oltre ai presunti speculatori, c’è anche chi ha deciso di mettersi in gioco e di investire ingenti somme sulla produzione di mascherine, per dare un proprio contributo. Tra questi imprenditori c’è anche Stefania Gander, che a Bolzano gestisce un’azienda famigliare di stampe e cartotecnica: “Abbiamo aperto una nuova società con altri imprenditori, iniziato a produrre mascherine, comprando il macchinario dalla Cina, per un valore di 230mila euro. Ne produrremo circa 200mila al giorno, di tipo 2R”. Anche lei non ha gradito la scelta del commissario Arcuri di calmierare il prezzo: “Il mercato si sarebbe riallineato da solo, e un prezzo giusto sarebbe stato 65 centesimi più Iva”.