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HomeCronaca Nocciole amare, così il lago di Vico paga il prezzo della perfezione
Vico

Le acque del Vico dopo la fioritura dell'alga rossa | Foto del biologo Giuseppe Nascetti

“L’acqua del lago contaminata? Per noi non è un problema, siamo abituati”. È un lunedì mattina come tanti. In un bar di Ronciglione, provincia di Viterbo, un cliente del posto racconta l’assuefazione all’inquinamento di chi vive in simbiosi con le acque del lago di Vico. A vedere da lontano la distesa d’acqua con l’occhio di un turista, il lago sembra uno specchio incontaminato. Ma è solo un’impressione: questa riserva naturale è inquinata dalla coltivazione intensiva della nocciola. Carburante per una filiera che fa della Tuscia la prima area corilicola d’Italia, con oltre 26mila ettari coltivati, una produzione che sfiora le 40mila tonnellate l’anno e un fatturato da 120 milioni di euro. Cifre che fanno dei campi coltivati in quest’area contemporaneamente ricchezza e veleno. Qui gli interessi delle multinazionali si incrociano con le difficoltà degli agricoltori e l’immobilismo della politica, dando vita a uno scaricabarile che grava sulla salute dei cittadini. 

La nascita di una filiera milionaria

Facciamo un passo indietro. Intorno agli anni Settanta, la produzione di nocciole nel Viterbese passa da 60mila a 200mila quintali. Mariano Stelliferi, imprenditore in erba della zona, fiuta la trasformazione in atto, apre uno stabilimento di lavorazione e diventa nel tempo uno dei principali fornitori di Ferrero, che nel 2013 acquisisce l’azienda. Tuttavia, già negli anni Ottanta, l’uso di fitofarmaci per la coltivazione delle nocciole sancisce l’inizio del degrado del lago di Vico, complici anche la possibile presenza di scarichi fognari abusivi e l’inquinamento provocato da agenti contaminanti originati da un ex magazzino per la Difesa. Per proteggere l’ecosistema, nel 1982 una legge regionale istituisce la Riserva naturale. Forse troppo tardi. 

Grafico interattivo nocciole

Le acque contaminate del lago

Ma quali sono le cause di una emergenza ecologica sconosciuta al di fuori di questo territorio? Le acque del bacino presentano livelli di arsenico molto alti dovuti alla natura vulcanica della caldera che lo ospita. “Abbiamo rilevato 1 grammo di arsenico per chilo di sedimento, una quantità enorme”, spiega il biologo Alberto Nascetti, tra i primi con il suo team a documentare l’eccessiva presenza della molecola. Ma a preoccupare non è solo la comparsa del veleno. Il lago è vittima di un complesso fenomeno biologico noto da decenni. “Già quarant’anni fa si segnalava uno squilibrio legato alla crescita delle attività agricole”, spiega Litta, referente nazionale dell’Isde, Medici per l’ambiente Italia. I fertilizzanti a base di azoto e fosforo, usati per produrre più nocciole, si sono riversati nel lago favorendo la proliferazione delle alghe. “Il classico processo di eutrofizzazione”, chiarisce Famiano Crucianelli, direttore del biodistretto di via Armerina e delle Forre, nel Viterbese. Il risultato è un ecosistema alterato. Le alghe consumano progressivamente l’ossigeno dell’acqua “fino ad arrivare all’anossia”, compromettendo la sopravvivenza di tutte le forme di vita.

L’eutrofizzazione

La luce sul fenomeno si è accesa quando, negli anni Novanta, il cuore della riserva naturale si è tinto di rosso, come se sul fondo si fosse aperta una ferita. Per quanto suggestivo, il colore è la diretta conseguenza delle fioriture del planktothrix rubescens, noto come alga rossa. Oltre a riprodursi in maniera esponenziale, impedendo alla luce di filtrare, questa specie “è dannosa per la salute umana, perché emette microcistine epatotossiche e cancerogene”, spiega Nascetti. Ed è qui che il danno ambientale si unisce a quello sanitario.

Il decorso di questa “malattia”, potenzialmente lento e secolare, ha subito un’improvvisa accelerazione con lo sfruttamento delle sponde per la coltivazione della nocciola. Per quanto le istituzioni e i produttori abbiano cercato di attribuire le responsabilità alla conformazione vulcanica, una sentenza del Consiglio di Stato dell’aprile 2024 ha legato a doppio filo la filiera della nocciola all’eutrofizzazione del lago, oggi classificato come Zona di protezione speciale.

La storica sentenza del Consiglio di Stato e gli interventi della Regione

Una sentenza storica che per la prima volta “riconosce la presenza di un’attività intensiva nell’area e l’obbligo di preservare il sito e ciò che si sviluppa intorno al lago”, spiega Francesco Maletto, avvocato della Ong internazionale ClientEarth. Obbligo che ricade sulla Regione Lazio, con il tribunale che ha imposto l’adozione di misure concrete e urgenti per la tutela ambientale e della salute pubblica. Negli anni sono stati installati dei potabilizzatori per far fronte al problema dell’approvvigionamento idrico dei due comuni, ma la sentenza è rimasta pressoché inattuata. “Un’apertura c’è stata, ma resta da capire se la Regione è in grado di dare esecuzione effettiva al provvedimento. L’obiettivo resta risolvere il problema, non arrivare al ricorso per ottemperanza”, conclude Maletto. 

Le nocciole di Ferrero

Il nodo però è anche economico. “Le nocciole della Tuscia vengono acquistate da big come Ferrero e Loacker, ma anche da aziende che producono derivati”, precisa Mario Mengoni, sindaco di Ronciglione. Dopo l’impennata dei prezzi delle avellane turche e le difficoltà produttive legate alle gelate tardive, i compratori si sono concentrati sull’Italia, secondo produttore mondiale. In prima linea c’è il colosso di Alba, che ha puntato sulla Tuscia espandendo le superfici coltivate per garantirsi forniture costanti, con “una particolare attenzione alla sostenibilità e alla difesa climatica”. Ma dalle campagne del viterbese arrivano notizie differenti. “Ferrero è come lo Spirito Santo. Sta ovunque, ma non la trovi mai. Pone degli standard qualitativi che possono essere raggiunti solo ricorrendo a prodotti chimici”, taglia corto Crucianelli. Parametri stringenti che, secondo l’agricoltore del Biodistretto, “non tengono conto della situazione di crisi degli ultimi anni”. “Oggi si cominciano a vedere noccioleti abbandonati. Una crisi vera, di cui Ferrero non si interessa”, osserva il produttore. Una stoccata che non trova risposta da parte del colosso dolciario.

Una pressione che non riguarda soltanto i rapporti tra azienda e fornitori, ma l’intera filiera produttiva. “È un problema culturale perché spesso si tende a colpevolizzare l’ultimo anello della catena. Sono i consumatori, e quindi i grandi marchi, a pretendere nocciole perfette, con determinate caratteristiche qualitative”, spiega Mengoni. “Se il prodotto non raggiunge certi standard, entra in fasce di prezzo più basse. Questo porta ad adottare pratiche agronomiche più intensive per evitare declassamenti di standard, e quindi di prezzo”. 

Lumsanews ha chiesto alla Ferrero un commento sulla situazione in atto nel lago di Vico e sulle prese di posizione degli amministratori e dei coltivatori, ma non è pervenuta alcuna risposta.

Un situazione congelata tra dubbi e possibili soluzioni

Tra le possibili soluzioni ci sono le vasche di contenimento, buche scavate nel terreno che raccolgono acque eutrofizzate, trascinate a valle dalle piogge prima che raggiungano il lago. Ma anche interventi come muretti a secco intorno ai noccioleti per trattenere il deflusso alla fonte. “Servirebbe però un accordo con i coltivatori e investimenti per milioni di euro”, spiega il direttore della Riserva, Eugenio Monaco. “È un lago bellissimo, una cartolina, ma nella sua parte profonda ormai è praticamente morto”, racconta Crucianelli. Un paradosso crudele. Siamo abituati ad alimenti esteticamente impeccabili e organoletticamente perfetti, così come gli abitanti della Tuscia sono abituati alle acque contaminate del lago. Ma dovremmo abituarci anche al fatto che il prezzo da pagare per quella perfezione sia la distruzione di un habitat naturale millenario?

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