Ricardo Alberto Avendaño Montes, viceconsole presso il Consolato Generale di El Salvador a Roma

"Prima di Bukele c'erano 50 omicidi al giornoOra è tutto migliorato"

Ricardo Alberto Avendaño, viceconsole "Sono state misure necessarie"

Il 27 marzo del 2022 un’escalation di omicidi in El Salvador porta il governo di Nayib Bukele a dichiarare lo stato di emergenza. Da quel momento la polizia inizia una “rete a strascico” di arresti che porta alla reclusione di numerosi pandilleros, criminali affiliati alle gang criminali che terrorizzano il paese. Ricardo Alberto Avendaño Montes, viceconsole presso il Consolato Generale di El Salvador a Roma, racconta a Lumsanews la percezione del popolo salvadoregno di fronte alla politica anti-criminalità del presidente.

Da quando al governo si è insediato il presidente Bukele, il tasso di criminalità è calato drasticamente. Sulla base di questo, cosa pensa della politica del presidente?

“Le misure adottate dal presidente per contrastare le pandillas, le gang criminali, si sono rivelate una cosa positiva per il nostro paese. Prima di questo, per farti un esempio, capitava di arrivare anche a 40-50 omicidi al giorno. Ad oggi, invece, El Salvador è diventato il paese più sicuro di tutta l’America Latina, con un numero ridotto di omicidi a settimana.”

Sui giornali esteri, ma anche italiani, sono circolate foto di detenuti ammassati in celle strettissime e ridotti in condizioni molto dure. La politica adottata dal presidente potrebbe andare incontro ad una violazione dei diritti umani?

“Per noi, ma soprattutto per il governo, sono state una serie di azioni necessarie per eliminare il problema. A parte questo, in El Salvador è stato nominato un commissario per i diritti umani, Andrés Guzmán, che ha avuto il compito di valutare le misure proposte dal governo. Secondo la sua analisi, la politica di Bukele non ha violato nessun diritto fondamentale nei confronti degli arrestati. È anche vero che, per catturare queste persone, non è possibile andare da loro “chiedendo il permesso” ma è necessario agire usando la forza.”

Molti media parlano di “umiliazione” dei detenuti. Secondo lei è così?

“No, assolutamente. Ad esempio, negli Stati Uniti esistono già delle misure restrittive nelle carceri. I detenuti vengono vestiti tutti uguali, con un’uniforme, e ci sono delle regole precise che devono rispettare. In El Salvador ora è così, ma prima era totalmente diverso. Quando si entrava nelle carceri sembrava di stare in un piccolo quartiere in cui a fare le regole erano i detenuti. Ora è tutto rinato e con un preciso ordine, così come dovrebbe essere.”

Recentemente il presidente Bukele ha annunciato la sua rielezione. Questo però violerebbe la vostra Costituzione. Se ciò dovesse accadere non sarebbe una svolta un po’ troppo autoritaria per il paese?

“L’articolo 152 della nostra Costituzione effettivamente vieterebbe a Nayib di essere rieletto, ma la Corte suprema di giustizia del paese ha permesso la sua ricandidatura con una sentenza del 2021, ovviamente rispettando determinati criteri. Ma la verità è che il popolo chiede di lui. Secondo i sondaggi, al momento, è il politico più influente del paese con circa il 90% dei consensi. Alcuni membri dell’opposizione protestano ma sono drasticamente pochi.”