Sudan, lo spettro di un nuovo genocidio

“I miei cugini sono stati sepolti vivi insieme a tante altre persone e nessuno ne parla”. La voce di Adam Nor si spezza quando racconta la sua tragedia familiare. Lui, un ragazzo sudanese di 29 anni, è arrivato in Italia nel 2002 e oggi studia Scienze dello sviluppo e della cooperazione internazionale. Parla di vittime bruciate vive, donne stuprate, proprietà saccheggiate, sfollati torturati, vittime giustiziate in massa e lasciate in strada nell’eccidio di inizio novembre nel Darfur occidentale che ha decimato la sua famiglia. Quello di Adam è il racconto a distanza della guerra civile che dal 15 aprile sconvolge il  Sudan, con uccisioni di massa che hanno tutte le caratteristiche di una campagna di pulizia etnica contro la popolazione non araba ad opera delle Forze di supporto rapido (Frs).

Con stragi come quella del 4 novembre scorso, giorno in cui i membri della tribù Masalit non sono consapevoli dell’orrore che li attende. Gli attacchi sono iniziati il 1°novembre e, tre giorni dopo, i combattenti prendono il controllo di El-Geneina, la capitale del Darfur occidentale, dove ha  casa la famiglia di Adam. Uomini, donne e bambini uccisi nelle loro abitazioni  o in strada, mentre cercano di fuggire. Le stime di quei giorni parlano di 800 morti. “La mia famiglia sta malissimo, non hanno medicine, cibo, vestiti, acqua”, dice ora Adam che non riesce a sentire i parenti da più di due settimane perché la cattiva connessione non glielo permette. Spera che stiano bene e continua a inviare soldi necessari per la loro sopravvivenza – “Se io non fossi in Italia a lavorare, loro morirebbero”. I genitori di Adam sono riusciti a scappare in Ciad a giugno ma lo stesso non è stato per i suoi cugini che, il 12 novembre, sono stati sepolti vivi proprio ad El-Geneina, nella loro città natale, in quella città dove erano cresciuti tutti insieme e dove ora, invece, non rimane più nessuno. 

Una guerra sempre più feroce e sempre meno raccontata

È un conflitto terribile ma l’Occidente non se ne accorge. La guerra va avanti da sette mesi e vede contrapposto l’esercito fedele al presidente del Paese, il generale Abdel Fattah al Burhan, e i paramilitari delle Rfs, sotto il comando del generale Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemedti, “gli ex janjaweed responsabili negli anni duemila dell’attacco al Darfur”, dice il missionario comboniano Filippo Ivardi. “Questo epilogo era nell’aria, dal 1° aprile si doveva cominciare a passare il governo ai civili. Ma le tensioni montavano sempre di più perché si avvertiva che questo passaggio non era possibile”. 

“La situazione è grave, è un vero genocidio” dice Lucia Ragazzi, africanista e ricercatrice Ispi. “In questo momento le Rfs controllano la maggior parte di Khartoum e il Darfur mentre l’esercito regolare ha maggior controllo nel nord del Paese”, spiega. “Si sta prefigurando un vero e proprio scenario libico di frammentazione”. “Se le Rfs riuscissero ad arrivare fino a Porto Sudan, nel nordest del Paese, allora vorrebbe dire che hanno conquistato quasi tutto. Purtroppo non siamo lontani da questa prospettiva”, avverte padre Ivardi.

In questi mesi ci sono stati diversi tentativi di tregua, tutti naufragati. Nelle ultime settimane, a pesare nel conflitto sarebbe stato l’invio di armi da parte degli Emirati Arabi Uniti, attraverso il gruppo Wagner e il supporto dell’Egitto. 

Al momento, la situazione sta peggiorando o, come spiega Lucia ragazzi, “si è incancrenita e l’Europa se ne dovrebbe preoccupare perché vedere detonare un Paese così grande come il Sudan potrebbe interessare l’Europa in termini di ripercussioni migratorie”. 

Un nuovo genocidio in Darfur 20 anni dopo

L’inferno esiste, soprattutto quando non lo si vede. La storia del Sudan è particolarmente travagliata. Negli ultimi quattro anni, il Paese ha sperimentato una transizione dalla lunga dittatura alla prospettiva di una democrazia fino ad arrivare oggi allo spettro di un genocidio che si riaffaccia.

Tutto è cambiato nell’aprile 2019, quando una rivoluzione ha portato alla caduta del trentennale regime di Omar al-Bashir. “Dopo un breve periodo di governo democratico, nell’ottobre 2021 i generali Burhan e Dagalo hanno unito le forze per orchestrare un colpo di Stato”, spiega la ricercatrice africanista. “Da quel momento, il Sudan è stato governato da una giunta militare”.

L’alleanza tra le due fazioni, però, è stata di breve durata. A seguito di intense pressioni internazionali, nel dicembre del 2022, il governo militare ha acconsentito a riprendere il percorso verso la democratizzazione e a restituire il potere a un’amministrazione civile. Una delle condizioni fondamentali di questo accordo era lo scioglimento delle Rsf e la loro integrazione nell’esercito regolare. Tuttavia, Dagalo si è violentemente opposto a questa condizione.

“Questo genocidio che si riaffaccia era nell’aria”, dice padre Ivardi, ”le aree del Darfur sono ricche di oro e fanno gola ai mercenari delle Rsf. A questo, poi, si è aggiunta la componente razziale”. 

Un bilancio catastrofico 

Massacri a sfondo etnico, stupri di massa, bambini rapiti per farne piccoli soldati e soppressi se non “addestrabili”.Questi sono alcuni dei crimini disumani perpetrati dalle Rsf ai danni dei Masalit e della famiglia di Adam. Le cifre attuali parlano di migliaia di civili uccisi, 800 solo nel Darfur occidentale proprio in quel tragico 4 novembre imbrattato di sangue.

L’Alto commissariato Onu per i rifugiati registra oltre 6,3 milioni di sfollati, con 5,1 milioni di persone nel Paese e altri 1,2 milioni in fuga oltre i suoi confini: almeno 450mila hanno già varcato il confine con il Ciad, lo sbocco più naturale del Darfur.

I dati del conflitto in Sudan

I dati del conflitto in Sudan

“Non esistono soluzioni semplici a questo conflitto visti i tanti soggetti in campo”, dice padre Ivardi. Il rischio vero è che il Sudan rimanga diviso in due parti comandate da due poteri diversi che si fanno la guerra. All’epoca del primo genocidio dei Masalit, il governo di Omar al-Bashir si era avvalso delle milizie arabe dei janjaweed, i “diavoli a cavallo” che hanno affiancato l’esercito in una repressione costata fino a 300 mila vittime. Oggi, i “diavoli”  sono rimasti gli stessi, hanno solo cambiato sembianze. Ora si chiamano Rapid support forces e anche l’incubo di un nuovo genocidio del Darfur, quindi, potrebbe cambiare sembianze rispetto a 20 anni fa, oggi potrebbe essere molto peggio.