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Gioco pericoloso, la vita dei giovani schiavi dell’azzardo

di Pietro Bazzicalupi28 Gennaio 2026
28 Gennaio 2026
luodpatia

In Italia il fenomeno della ludopatia è in crescita soprattutto tra le fasce più giovani

Sullo smartphone le notifiche delle app di scommesse hanno sostituito la sveglia. Non è un’esagerazione, perché la routine dei giocatori comincia dalla mattina presto: intorno alle 9 il telefono già vibra. È la fotografia di un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto i contorni di una vera e propria piaga sociale. Secondo i dati dello studio Espad Italia, oltre la metà degli adolescenti tra i 15 e i 19 anni ha giocato d’azzardo almeno una volta nella vita. Quasi un giovane su dieci mostra segnali di coinvolgimento problematico.

Dietro questi numeri ci sono storie di ragazzi e ragazze che, per curiosità o per ricerca di adrenalina, si avvicinano prima ai videogiochi e poi, senza quasi accorgersene, alle scommesse online. E qui si apre un capitolo cruciale nella comprensione del fenomeno: il confine tra gaming e gambling si fa sempre più labile, tanto che esperti e ricercatori lanciano un grido d’allarme.

Dal gaming al gambling il passo è breve

Quasi sette ragazzi italiani su dieci praticano regolarmente i videogiochi, una quota che supera l’85% tra i maschi. Un terzo spende denaro reale in-game e quasi un quarto adotta modalità considerate a rischio di dipendenza. “L’ipotesi è che alcuni sistemi di monetizzazione dei videogiochi online facciano leva su vulnerabilità psicologiche simili a quelle coinvolte nel gioco d’azzardo”, conferma Giansanto Mosconi, docente in Sanità pubblica all’università di Pavia e collaboratore del gruppo di ricerca Espad. Una dinamica dagli effetti preoccupanti: secondo il report, spendere soldi nei videogiochi raddoppia la probabilità di avvicinarsi anche alle scommesse.

Una tendenza confermata da una ricerca condotta su 1.788 genitori della provincia di Trento. “Abbiamo dimostrato come la consapevolezza delle famiglie sia spesso parziale”, sottolinea Ornella Corazza, professoressa di Psicologia clinica e direttrice dell’Addiction Science Lab dell’università di Trento. Nonostante il dialogo positivo con i figli, il 17% dichiara di non aver mai sentito parlare di monetizzazione nei videogiochi e uno su due (45,6%) non sa cosa siano le loot box. “Si tratta di pacchetti virtuali che acquisti con denaro reale. Il contenuto e la vincita sono sconosciute all’acquirente”, spiega Corazza.

Numeri allarmanti: l’Italia ai vertici dell’azzardo europeo

I tassi di prevalenza del gioco d’azzardo in Italia risultano tra i più alti in Europa. Secondo i dati Espad del 2024, quasi il 45% degli studenti di 15-16 anni gioca almeno una volta durante l’anno, superando di gran lunga la media europea (22-23%). E lo studio più recente, sulla fascia 15-19 anni, rivela che questi tassi sono i più elevati osservati dall’inizio della raccolta dati. La cronaca di un’escalation indisturbata.

Nonostante esistano normative che vietano la vendita di prodotti del gioco d’azzardo ai minorenni, i sistemi di verifica dell’età, sia nei luoghi fisici sia online, restano facilmente aggirabili. Le piattaforme di scommesse digitali, accessibili in pochi click e in qualsiasi momento della giornata, amplificano ulteriormente il rischio. “Il gioco online è più pericoloso soprattutto per la frequenza e l’assenza di freni”, sottolinea il matematico Paolo Canova. “Puoi giocare quando vuoi, quanto vuoi, senza lo stigma sociale che esiste nei luoghi fisici. Sei solo tu e il gioco”.

I racconti di ragazzi, usciti e non, dal tunnel della ludopatia si moltiplicano, come se ormai fosse una routine comune. “Passavo le giornate a ricaricare i conti gioco senza accorgermene. Mettevo 50 euro, scendevo a 10, poi arrivava la vincita che mi riportava a 30. Colori, suoni e scritte sullo schermo, ti spingono a non fermarti e il saldo, dopo una manciata di minuti, segna di nuovo lo zero”, testimonia Giuseppe, nome di fantasia di un giovane giocatore che preferisce rimanere anonimo.

L’industria, il marketing e l’erosione delle barriere psicologiche

Non si può parlare di ludopatia senza considerare il ruolo dell’industria del gioco. App di betting, sponsorizzazioni di eventi sportivi, pubblicità invasive su social e web saturano gli spazi frequentati dai giovani. “Il Decreto Dignità – spiega Mosconi – aveva intrapreso una direzione corretta, ponendo un argine importante alla promozione del gioco d’azzardo. Tuttavia, il divieto di pubblicità è stato in parte aggirato attraverso diverse scappatoie, in particolare nel settore dell’intrattenimento sportivo”. Per questo società di scommesse come Betsson.sport o Bet365, attualmente partner di club di Serie A, utilizzano spesso il modello “infotainment” (informazione e intrattenimento) o sponsorizzazioni indirette. E ancora gli spot televisivi di comparazione quote prima dell’inizio di un evento. Le strategie di marketing digitale sfruttano le vulnerabilità degli adolescenti: la suscettibilità all’influenza dei pari, la ricerca di gratificazione immediata, la scarsa percezione del rischio. L’Eurostat, inoltre, ha introdotto dal 2026 i giochi d’azzardo nel paniere dell’inflazione sotto la categoria “Ricreazione, sport e cultura”. Un segnale di ulteriore normalizzazione.

Eppure, secondo Canova, alcuni interventi sarebbero possibili anche senza rivoluzioni legislative. “Basterebbe vietare meccanismi come la “quasi vincita” o imporre limiti di gioco realmente bassi all’apertura di un conto”, conclude.

Lo spettro della normalizzazione del rischio e la sfida della prevenzione

La fotografia scattata vede in primo piano un fenomeno che non può più essere confinato alla cronaca o alla dimensione individuale. Il gioco d’azzardo tra i più giovani è diventato una questione che intreccia salute pubblica, disuguaglianze sociali e modelli culturali. “I dati sono coerenti con un processo di normalizzazione. Gli adolescenti ci entrano in contatto attraverso lo sport, la comunicazione commerciale e gli ambienti digitali che frequentano quotidianamente”, sottolinea Mosconi.

Anche il deputato del Movimento 5 Stelle Andrea Quartini evidenzia i rischi della normalizzazione: “Ci sono due truffe semantiche. La prima è che non si può chiamare ‘gioco’, perchè non è qualcosa che diverte, motiva e rilassa. L’azzardo è l’opposto, non c’è abilità, è tutto legato al caso. L’altra è che il gioco, secondo i principi del nostro ordinamento, dovrebbe essere considerato illegale, ma, di fatto, non lo è”. In questo senso, la regolamentazione del settore non può limitarsi a norme tecniche o a nuovi equilibri di mercato. “Dobbiamo investire nella prevenzione, rompere l’isolamento, creando luoghi fisici per i ragazzi, eliminare tutte le forme di pubblicità e raccontare le storie nelle scuole”. E ancora: “Puntare sulle testimonianze di chi è uscito da questo vortice terribile”, conclude

Quartini. Perché dietro ogni clic, ogni scommessa, c’è un adolescente che cresce in un ecosistema dove l’azzardo viene normalizzato, quando invece dovrebbe essere compreso, regolato e, soprattutto, prevenuto.

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