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HomeCronaca Ravagnani e l’addio alla tonaca: “Sfido la Chiesa su potere, celibato e sesso”

“Ho lasciato il sacerdozio
per sfidare la Chiesa
su potere, celibato e sesso”

La scelta di Alberto Ravagnani

“I soldi non c’entrano, sarei rimasto”

di Antonio Fera16 Febbraio 2026
16 Febbraio 2026

Alberto Ravagnani | L'utilizzo della foto è stato autorizzato dal diretto interessato

“Don?”. “Tecnicamente no, ma se mi chiamano ancora così non mi offendo”. Quella di Alberto Ravagnani non è stata una fuga, ma un atto pubblico. Coerente con la sua storia di influencer, prima che di ex sacerdote. “La mia è una sfida alla Chiesa”, dice l’ex vice parroco milanese (San Gottardo al Corso) da mezzo milione di follower sui social. E su cosa? Sui tre nodi “che la Chiesa non può più rimandare: potere, celibato e sesso”.

L’addio alla tonaca ormai due settimane fa, ma non si fa che parlare di lei.
“Attorno a me c’è molto rumore: alcune voci mi infastidiscono, altre mi pesano, soprattutto quando spostano il confronto su un piano che non riguarda le questioni che ho cercato di porre”.

Quali voci?
“Quelle di chi vuole mettermi a tacere o delegittimarmi. Non si limitano a criticare la mia scelta, ma mettono in dubbio la mia vocazione, la mia preparazione teologica, la mia vita spirituale. C’è chi parla di ‘demonio’, di ‘eresia’. Questo non è confronto: è un modo per non prendere sul serio quello che ho detto”.

Le hanno davvero dato dell’eretico e dell’indemoniato?
“Sì. E ferisce non tanto l’insulto, ma il fatto che non si entri mai nel merito. Io ho lasciato il ministero e ho scritto anche un libro di spiegazioni (“La scelta”, edito da SEM). Fingere che non esista è comodo, ma non onesto”.

Rendere “mediatico” anche il suo addio al sacerdozio è stato un modo per far rumore?
“No. La mia storia non è diversa da quella di tanti preti che lasciano. La differenza è che ho scelto di renderla pubblica e di spiegare fino in fondo le mie ragioni. Mi aspettavo un’ulteriore esposizione, ma non questo livello di aggressività, soprattutto nel mondo cattolico”.

Aldo Grasso sul Corriere della Sera l’ha accusata di “aver preferito Instagram alla fede”.
“È una semplificazione brutale. Ridurre tutto a ‘follower contro fedeli’ serve solo a non entrare nel merito”.

In ogni caso, il suo sembra un guanto di sfida alla Chiesa.
“Sì. Ma non è una provocazione, piuttosto una chiamata in causa. Ho voluto che questa scelta non restasse privata. Voglio che diventi una sfida a interrogarsi su nodi strutturali che la Chiesa continua a rimandare: potere, celibato, sesso, rapporto con i giovani e con il mondo di oggi”.

Il problema del potere è ancora così centrale?
“Il potere attraversa tutto: il corpo, l’indipendenza economica dei preti, la sessualità. È strutturale”.

Nel libro parla di sé come “bravo bambino”, poi “bravo seminarista” e infine “bravo prete”. Cosa si è rotto?
“Per molto tempo ho cercato di corrispondere alle aspettative: essere bravo, obbediente, fedele. Il seminario per me è stata un’esperienza positiva, mi sono lasciato formare, senza particolari ribellioni. Ma col tempo sono emerse delle contraddizioni, soprattutto quando ho iniziato a confrontarmi con la vita reale, con le persone, con i loro limiti e i miei”.

E poi?

“A un certo punto mi sono accorto che quel modo di essere ‘bravo’ non coincideva più con l’autenticità. Continuava a funzionare all’esterno, ma dentro qualcosa non reggeva più. È lì che si è rotto l’equilibrio tra ciò che mostravo e ciò che vivevo”.

Ha lasciato per debolezza personale?
“No. Ci sono problemi strutturali nella vita di un prete che vive il celibato e non può avere una vita affettiva regolare”.

Ma oggi si sente più libero?
“Ho fatto una scelta di bene. La verità viene prima di tutto”.

Cosa farà ora?
“Continuerò a lavorare su spiritualità, educazione, giovani e progetti sociali”.

E come si manterrà?
“È un tema reale. Non per tutti è facile ricominciare”.

Qualcuno potrebbe pensare che abbia lasciato anche per una questione economica.
“Se il problema fossero stati i soldi, sarei rimasto prete. L’8 per mille garantisce una sicurezza che fuori non c’è. Uscire dal ministero non è una scorciatoia, ma un salto nel vuoto. È un tema di cui si parla poco, e che invece meriterebbe più trasparenza”.

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