NEWS ANSA

Sito aggiornato alle 17:14 del 16 febbraio 2026

HomeCronaca Don Schena, il prete italiano più seguito sui social: “Noi strumenti del Vangelo”

Don Cosimo Schena
“Non serve diventare virali
conta essere preti veri”

“I social vogliono solo personaggi

ma per il Vangelo siamo strumenti”

di Antonio Fera16 Febbraio 2026
16 Febbraio 2026

Don Cosimo Schena | L'utilizzo della foto è stato autorizzato dal diretto interessato

La visibilità sui social può amplificare il messaggio religioso, ma anche esporre a rischi spirituali e personali. Don Cosimo Schena, il prete influencer più seguito d’Italia (con oltre un milione di follower sui social), parroco di San Francesco d’Assisi a Brindisi, riflette sul confine tra evangelizzazione e personalizzazione della fede, partendo dal caso Ravagnani e dall’esperienza diretta di una comunicazione che passa anche dallo schermo.

Don Cosimo, lei è uno di quelli che ha difeso la scelta di Alberto Ravagnani.
“La sua è una decisione che va guardata con rispetto e con molta cautela nei giudizi. Noi vediamo l’esterno, ma non conosciamo fino in fondo il cammino interiore di una persona, le sue fatiche e le sue lotte. Il sacerdozio non è una professione da cui ci si dimette semplicemente: è una chiamata che tocca la coscienza. Quando qualcuno sente di non riuscire più a viverla in autenticità, continuare solo per ruolo o per immagine sarebbe ancora più sbagliato. Non mi permetto di giudicare un confratello: la Chiesa è fatta di persone reali, non di eroi senza fragilità”.

Come evitare che la propria figura personale diventi più centrale del messaggio da comunicare?
“Io cerco di fare un lavoro costante di ‘vigilanza interiore’. I social spingono naturalmente a costruire un personaggio, ma il Vangelo chiede di restare strumenti. Uso il mio linguaggio, la mia sensibilità, anche la mia formazione, per rendere il messaggio accessibile, non per mettere me al centro. Cerco sempre di riportare l’attenzione sulla Parola e sulla vita concreta delle persone. Il messaggero deve essere un ponte, non la destinazione”.

Si è mai posto il problema di un’eccessiva personalizzazione della fede sui social?
“Sì, ed è un rischio molto reale. La comunicazione digitale tende ad associare la fede a un volto, a uno stile, a una personalità forte. Ma la fede non nasce dall’identificazione con un comunicatore: nasce da un incontro interiore. Il pericolo è trasformare l’esperienza spirituale in un seguito emotivo. Per questo cerco di favorire sempre l’autonomia delle persone, rimandandole alla coscienza, alla preghiera, al proprio cammino. Una guida autentica rende liberi, non dipendenti”.

Qual è, secondo lei, il principale rischio spirituale per un sacerdote molto seguito online?
“Confondere il consenso con la verità e la visibilità con la fecondità. Quando crescono i numeri, può insinuarsi la tentazione di misurare il bene in base alle reazioni del pubblico. Si rischia di addolcire i contenuti o di evitare passaggi scomodi. A questo si aggiunge l’ego spirituale: sentirsi indispensabili. Per questo sono fondamentali il silenzio, la direzione spirituale e il confronto con persone reali. Il sacerdote non è chiamato a essere virale, ma vero”.

I social hanno cambiato il suo rapporto con i fedeli nella vita quotidiana, fuori dallo schermo?
“Sì, in modo evidente. Molte persone ti incontrano dal vivo sentendoti già ‘vicino’, perché ti seguono da tempo. Questo può facilitare l’apertura e la fiducia, ed è un dono. Ma porta anche proiezioni e idealizzazioni. Per questo, fuori dallo schermo, cerco di restare semplice e diretto, senza personaggi. Il digitale è una porta, ma la relazione pastorale e umana vera continua ad avvenire faccia a faccia, nella concretezza delle storie”.

Ti potrebbe interessare