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Carceri, DAP: “20mila detenuti soffrono di tossicodipendenza”. L’Incontro alla Lumsa

di Clara Lacorte13 Marzo 2026
13 Marzo 2026
Incontro Lumsa dipendenze carceri

L'incontro all'Università Lumsa sul tema della tossicodipendenza nelle carceri | Foto Lumsa

ROMA – Il sistema penitenziario italiano si trova di fronte a un’emergenza sanitaria strutturale senza precedenti: secondo le rilevazioni statistiche del dicembre 2025, oltre 20.000 detenuti soffrono di problemi di tossicodipendenza o dipendenze generali. Si tratta del 32% della popolazione carceraria totale, dato in crescita che svela le fragilità della sanità in cella. 

La denuncia di Napolillo: “Gli strumenti sono carenti”

Durante il convegno “Oltre la Pena: Sicurezza, Salute e Valore Sociale”, organizzato dall’Università Lumsa, il direttore generale del DAP (dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) Ernesto Napolillo ha denunciato un paradosso sconfortante: nonostante i numeri altissimi, gli strumenti per il trattamento sono carenti o sotto-utilizzati. Su 190 istituti penitenziari, i SerD (Servizi per le dipendenze) sono presenti solo in 152 strutture. Ancora più critico il dato sugli ICATT, gli istituti a custodia attenuata nati per il recupero: in tutta Italia ne esistono solo 12, con 417 posti disponibili che risultano addirittura non del tutto occupati. “Tra 20.000 persone non siamo in grado di mandarne qualcuna in più agli ICATT?”, è stata la provocazione di Napolillo, che ha sottolineato come questo sia l’unico circuito a non soffrire di sovraffollamento proprio per una scarsa capacità di invio dei soggetti idonei.

La possibile proposta di legge per risolvere la situazione

Una soluzione istituzionale potrebbe però arrivare da una proposta di legge, attualmente in esame alla Commissione Giustizia del Senato. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, in un messaggio inviato al convegno, ha spiegato che l’obiettivo è permettere ai detenuti che soffrono di dipendenza di accedere a percorsi specializzati di cura al di fuori delle mura del carcere. Una strategia che, oltre a promuovere un effettivo reinserimento sociale del detenuto, punta a decongestionare le carceri. 

Il difficile coordinamento con le strutture sanitarie

Ma il nodo rimane pur sempre la sanità territoriale. Senza un giusto coordinamento con le strutture specializzate, la procedura potrebbe risultare molto difficoltosa da mettere in pratica. Lo stesso Napolillo ha precisato che, senza un reale aumento dei posti nelle strutture di cura, il rischio è che il procedimento rimanga sulla carta: “Se la Sanità non offre posti in struttura, non si può far uscire il detenuto verso il nulla”.

Il rettore della Lumsa Bonini: “Il diritto alla speranza deve tradursi in azioni vere”

Francesco Bonini, rettore dell’Università Lumsa, ha ribadito l’impegno dell’ateneo nel supportare queste politiche pubbliche attraverso la ricerca multidisciplinare, ricordando che il “diritto alla speranza” deve tradursi comunque in azioni vere e concrete e che – allo stesso tempo – uniscano sicurezza e salute. Il carcere, pur non nascendo come luogo di cura, resta oggi lo spazio decisivo per avviare progetti terapeutici a tutela dell’intera società.

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