Aoi (Associazione delle ong italiane) è parte della Rete italiana pace e disarmo. La vicepresidente Paola Berbeglia spiega a Lumsanews che si possono ancora percorrere strade di dialogo tra i popoli, anche in scenari di conflitto.
Che posizione avete sul riarmo europeo?
“Stiamo sostenendo una proposta all’interno del terzo settore, perché crediamo che sia necessaria una pace disarmata e disarmante, come dice papa Leone. La sicurezza globale dipende dalla cooperazione internazionale, per questo bisogna instaurare una relazione di sicurezza a livello locale. Si tratta di avere uno scambio basato sui diritti umani, che non sono aspirazioni utopiche ma principi costituzionali. Le Nazioni Unite sono state create proprio per questo. Ma bisogna basarsi sulla giustizia sociale: solo lì dove c’è una maggiore uguaglianza non si creano conflitti. Puntare sul riarmo significa invece alimentare le tensioni”.
Che alternativa proponete?
“Vorremmo una conversione delle spese: invece che in aziende come Leonardo bisogna investire in sanità, istruzione e transizione ecologica. Questi fenomeni provocano migrazioni, spostamenti, squilibri. L’idea è di andare alle radici dei problemi e trovare soluzioni che generano ricchezza non per i produttori di armi ma per le persone che vivono questi squilibri”.
Però la spesa militare è pensata per problemi di altri genere, riguarda equilibri politici tra grandi potenze.
“Il fatto che i proventi della spesa militare non siano utili ai bisogni della gente comune alimenta l’incertezza nei contesti già fragili. Serve una una visione complessiva dell’insieme con scelte politiche importanti, come per esempio ha fatto la Costa Rica smilitarizzandosi. Teniamo conto che il terzo settore in Italia genera circa il 5% del Pil. Pensiamo a cosa accadrebbe se si convertissero le industrie belliche in economia sociale”.
Non dovrebbero esserci condizioni internazionali per una conversione del genere?
“Le condizioni internazionali si creano partendo dalla gente. I leader mondiali sono votati e i cittadini delle democrazie tendono sempre di più a votare figure autoritarie. Esiste un gap generazionale per cui i giovani si disimpegnano dalla politica e non vengono rappresentati. La società civile non ha spazio per esprimersi, e questo accade ancora di più in Paesi come la Russia: sappiamo che le opposizioni politiche vengono represse con la violenza – pensiamo a Navalny, a Politkovskaja, a tutti i dissidenti costretti a scappare”.
Come si può allora trattare con tiranni violenti?
“Esistono modi non violenti, ad esempio rinforzando i percorsi della società civile che si oppone ai meccanismi autoritari, sostenendola a livello internazionale. Sostenere il protagonismo dei giovani, perché hanno un modo completamente diverso di fare politica. Questo si fa anche in spazi come il G20, dove era presente la Russia e dove si discute di diritti e di pace”.
Quindi pensate che ci siano i presupposti per un dialogo internazionale?
“Assolutamente, partendo dalle persone, dalle realtà territoriali. Se cresce il senso critico e si smonta la narrazione di un pericolo incombente si possono rafforzare le strutture sociali. L’idea è impostare il dialogo su beni comuni di interesse sovranazionale, come per esempio è avvenuto con il Covid e come a volte avviene sul tema del clima. Bisogna parlare di cittadinanza globale e demolire i pregiudizi attraverso il principio di solidarietà. Per applicarlo a livello internazionale serve un lavoro veramente enorme, ma non abbiamo che questa speranza”.


