Con oltre due milioni di follower, padre Heriberto García Arias è considerato il sacerdote più seguito al mondo sui social. La sua presenza quotidiana su TikTok, Instagram e YouTube gli permette di entrare nella vita di persone lontane dalla Chiesa e di parlare di fede, dubbi e speranza con un linguaggio che, a detta sua, “usa il web, ma non si lascia usare dall’algoritmo”.
Padre Heriberto, lei si rivolge a milioni di persone: come si concilia questa esposizione con l’umiltà sacerdotale?
“L’esposizione non contraddice l’umiltà. Il sacerdote non deve scomparire, ma rendere trasparente Cristo. Nei social la tentazione è misurarsi sui numeri. L’umiltà sta nel ricordare di essere servitori. Se la visibilità è al servizio della Parola, non distrugge la vocazione: la purifica”.
Quanto è difficile annunciare il Vangelo senza piegarsi all’algoritmo?
“È una tensione quotidiana. L’algoritmo premia emozione e polarizzazione, il Vangelo chiede profondità e processo. A volte bisogna rinunciare ai like. Non tutto ciò che funziona evangelizza, e non tutto ciò che evangelizza funziona sui social”.
C’è il rischio che la riconoscibilità del prete oscuri il messaggio?
“Sì, ed è uno dei rischi maggiori. Le piattaforme personalizzano tutto. Quando l’io cresce, il Vangelo si rimpicciolisce. L’antidoto è la comunione: non camminare da soli. Se il messaggio resta al centro, la missione è feconda”.
Evangelizzazione o “marca personale” religiosa: un confine labile?
“La differenza è netta. L’evangelizzazione punta a Cristo, la marca personale al progetto individuale. Il limite è quando l’identità digitale supera quella vocazionale. Mi chiedo: se sparissi dai social, la fede di chi mi segue resterebbe nella Chiesa?”.
Me lo dica lei.
“Per me resterebbe, e questo vorrebbe dire che si è fatta davvero evangelizzazione. Se invece tutto crolla, significa che il centro non era Cristo, ma il sacerdote. Il criterio è questo: l’annuncio autentico crea appartenenza alla Chiesa, non dipendenza da un volto o da una voce”.
Quali fedeli raggiunge davvero attraverso i social?
“Anche persone che non entrerebbero mai in chiesa perché ferite, lontane, o critiche. Il digitale non sostituisce l’incontro, ma apre porte nuove. Ricevo messaggi di chi non crede ma pone delle domande. È già un segno”.
La notorietà digitale può mettere pressione sulla vocazione?
“Sì, soprattutto quando l’identità pubblica cresce più di quella interiore. La visibilità genera aspettative e dipendenze. Non è la notorietà a distruggere la vocazione, ma la solitudine e l’assenza di comunione”.
Servono regole più chiare sui social?
“La libertà senza accompagnamento pesa, la norma senza ascolto blocca. Servono criteri e formazione. Il sacerdote parla a nome della Chiesa: le regole non soffocano la creatività, la orientano”.
I sacerdoti influencer sono un fenomeno passeggero?
“Sono il segno di un cambiamento culturale. Non sono la soluzione alla crisi vocazionale. Il futuro è di pastori capaci di abitare il digitale con identità chiara e radicamento spirituale. La rete è un mezzo, non una casa”.


