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HomePolitica Giovanni Spadolini, il premier che sconfisse la P2 senza mai gridare

Il “metodo Spadolini”
e la sua mossa fulminea
contro la P2 di Gelli

L’intellettuale prestato alla politica

voluto da Pertini per salvare il Paese

di Roberto Abela27 Marzo 2025
27 Marzo 2025
Giovanni Spadolini

Giovanni Spadolini e Luciana Giambuzzi – Conferenza stampa del Partito Repubblicano Italiano, 1986 | Camera dei deputati, CC BY-ND 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-nd/2.0>, via Flickr

Nessuna caccia alle streghe, rifiuto della spettacolarizzazione e un profondo rispetto delle istituzioni. Sono queste le bussole che hanno orientato la sfida di Giovanni Spadolini, primo capo del governo laico della storia repubblicana del Paese, contro la P2 di Licio Gelli. Possiamo parlare di un vero e proprio “metodo Spadolini”, come racconta oggi Stefano Folli, all’epoca giornalista della Voce Repubblicana e suo portavoce a Palazzo Chigi: “L’uso del richiamo storico in relazione a tutto quello che avveniva, l’esperienza giornalistica da cui derivava il suo approccio estremamente pratico e istituzionale, il tentativo di salvaguardare la dignità dello Stato e di chi lo serviva con lealtà, l’intelligenza politica e la capacità di mettere insieme personaggi molto diversi tra loro nella storia vissuta. Sono tutti elementi che hanno consentito a Spadolini di smantellare in tempi molto rapidi la loggia massonica deviata”. 

Proprio per le qualità dell’uomo e del politico illustrate da Folli, dopo la caduta del governo Forlani, il presidente della Repubblica Sandro Pertini aveva voluto Spadolini alla guida dell’esecutivo sostenuto dal Pentapartito (Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli), nel tentativo di sperimentare un nuovo tipo di coalizione non polarizzata: senza l’egemonia della Dc o di un’altra forza politica. Il mandato di Spadolini era cominciato nella sensazione diffusa che la libertà di governare il Paese senza interferenze di altri poteri (occulti o meno) fosse sempre più ristretta. La fiducia dei cittadini nelle istituzioni era ai minimi storici. Spadolini intuì la pericolosità di tutto questo, trovando proprio nella questione morale il terreno sul quale concentrare i primi sforzi.

La storia come “mappa”

In Spadolini, dice Folli, “la conoscenza storica tornava continuamente in tutto quello che faceva e collaborare con lui era un po’ come vivere una pagina di storia. Era capace di collocare automaticamente i fatti di attualità in un contesto storico preciso. C’era sempre un elemento, di continuità o discontinuità, che rimandava a eventi storici del passato”. Avere la storia come mappa per affrontare i problemi del proprio tempo, liberandola dalle mistificazioni, sarà una componente fondamentale dell’agire dello Spadolini politico e sarà una delle caratteristiche principali della sua strategia di contrasto alla loggia P2. Da qui, infatti, nasce la sua naturale “immunità” nei confronti della dialettica del populismo e del sensazionalismo, manifestata già da giovanissimo e di cui troviamo traccia nella sua saggistica. 

Ne è un esempio la sua prima monografia storica – pubblicata poco più che ventenne, nel 1948 – Il ’48. Realtà e leggenda di una rivoluzione, in cui analizza gli eventi di cento anni prima noti come la “Primavera dei popoli” e culminati in Italia nelle insurrezioni di Milano, Venezia e nella prima guerra d’indipendenza contro l’Austria. In questo testo lo scopo di Spadolini era quello di separare la realtà storica dal mito: i problemi “elementari” dell’indipendenza, dell’unità e della libertà che il 1848 aveva cercato di risolvere, per Spadolini non erano stati cancellati in un solo anno – come certe narrazioni dell’epoca suggerivano – e anzi, anche dopo l’unificazione erano più operanti di prima. 

“Sono le questioni centrali dello Stato e della nazione che il ’48 aveva impostato e avviato a soluzione, ma che oggi devono essere nuovamente impostate e diversamente risolte”, scriveva. Analizzava inoltre i moti e le società segrete come fenomeno complesso e non risulterà azzardato tracciare un parallelismo con il suo futuro approccio alla lotta alla P2 prima e al terrorismo brigatista poi: nemici da combattere, ma da comprendere nelle loro radici storiche e sociali. 

Rigore documentale e intuizioni politiche vanno di pari passo e si ritrovano anche nei saggi successivi: “In questo senso si può parlare di metodo Spadolini”, afferma Folli. Intellettuale fedele (anche se non acritico) alla tradizione politica del Risorgimento, è però con il giornalismo che l’idea del pensiero critico come anticorpo al manicheismo si era cristallizzata. Da direttore trasformò le redazioni in veri e propri laboratori con al centro l’idea che la denuncia civile nasce dalla documentazione, non dagli isterismi. Lo testimonia, ad esempio, il rifiuto di titoli “urlati” e la volontà di combattere ogni integralismo.

Il rispetto per le Stato e la massoneria “ufficiale”

Per il premier era prioritario rilanciare il carattere positivo dello Stato nazionale italiano facendo luce sull’intera vicenda P2, pur sottraendosi “ad ogni tentazione di caccia alle streghe”, come sottolineò egli stesso il 7 luglio 1981 durante il discorso di presentazione del programma di governo al Senato. La garanzia che il contrasto alla loggia massonica non si trasformasse in una lotta senza quartiere per colpire “un’intera classe di amministratori” risiedeva nello stesso Spadolini, come spiega Folli: “Una cosa a cui teneva molto era la difesa di coloro che servivano nell’amministrazione dello Stato con lealtà. Non amava le campagne di delegittimazione della burocrazia, che certo aveva i suoi problemi ma non meritava di essere oggetto di attacchi in cui non c’entrava neanche troppo la P2. Lui non ha mai amato queste generalizzazioni”. Allo stesso modo Spadolini “in quanto laico, collocava la massoneria nella storia d’Italia, nel Risorgimento e per lui non era un qualcosa di diabolico come invece poteva essere percepita nel mondo cattolico”. Tanto più che durante la sua presidenza “consultò più volte Armando Corona, gran maestro del Grande Oriente d’Italia – la massoneria ‘ufficiale’ – il primo ad avere interesse che questa loggia deviata venisse smantellata. Su questo la storia è limpida”.

Fermezza senza spettacolo

Osserva ancora l’ex portavoce del premier: “Spadolini ebbe l’astuzia di procedere con grandissima rapidità, eliminando la possibilità che si venisse a creare una dinamica per la quale fossero presenti gruppi politici più intransigenti verso il suo operato”. Inoltre “la Dc – toccata direttamente dal tracollo del governo Forlani – aveva perso Palazzo Chigi e non poteva fare nulla in quel momento, mentre gli altri partiti accettavano il fatto compiuto, anche perché molti di loro avevano partecipato per inerzia alla fase precedente. Non c’era modo di impedire la volontà di Spadolini, di concerto con Pertini, di arrivare ad una conclusione chiara sulla P2”. 

Posta sin da subito la delicata questione del rinnovo dei vertici amministrativi, della Difesa e dell’intelligence, Spadolini procedette a sostituzioni mirate, seguendo l’evolversi dei processi individuali e rifiutando epurazioni di massa o liste di proscrizione. Usò un criterio inedito per la scelta dei nuovi generali e prefetti, nominando quelli che non avevano avuto frequentazioni dei luoghi politici romani. Assunse poi la responsabilità diretta dei servizi segreti, per consentire ai nuovi dirigenti di lavorare con tranquillità alla riorganizzazione dei rispettivi organismi. 

L’esecutivo accrebbe anche le competenze della Consob, vedendo in essa uno strumento per combattere le operazioni finanziarie che avessero potuto celare centri di potere occulto. A quest’obiettivo si ispirò pure la legge sull’editoria n. 416 del 5 agosto 1981: intesa come risposta istituzionale allo scandalo Rizzoli-Corriere della Sera, questa introdusse un rafforzamento degli obblighi di trasparenza e dei controlli sugli assetti proprietari nel settore, nonché norme in materia di concentrazioni monopolistiche nella stampa quotidiana. Misure che rappresentarono una risposta decisa, immediata e composta per “un’opinione pubblica turbata e disorientata” (come la definì lo stesso Spadolini), la dimostrazione che il potere legittimo era ancora in grado di tutelare lo Stato di diritto. Un percorso che culminò nell’emanazione della legge n. 17 del 25 gennaio 1982, la cosiddetta Spadolini-Anselmi e che – oltre a dare attuazione all’articolo 18 comma 2 della Costituzione sulla soppressione delle società segrete – prevedeva esplicitamente lo scioglimento della Loggia P2 per decreto del presidente del Consiglio.

Il sincretismo ideologico e l’eredità di Spadolini

Spadolini, si è detto all’inizio, fu scelto da Pertini non in qualità di tecnico, ma in virtù delle sue radici intellettuali e per la  forte moralità e fiducia nelle istituzioni democratiche. Liberale con uno spiccato sincretismo ideologico, unì fra i propri punti di riferimento personalità tra le più varie e opposte, come i liberali Gobetti, Giolitti, Depretis, Croce ma anche Oriani, Salvemini, Salvatorelli e tanti azionisti. L’assenza di settarismo e scandalismo lo facilitò poi nel suo sforzo continuo di favorire l’incontro tra forze politiche diverse per richiamarle tutte al senso di responsabilità in un momento così delicato nella storia del Paese. “Anche questa è una parte di quel metodo che abbiamo menzionato”, conclude Folli, “la capacità di dare coerenza al tutto tramite le sue abilità di divulgatore, non solo di storico profondo e autentico, che veniva dalla sua esperienza di giornalista”. Scriveva Spadolini ne Il papato socialista: “Al dogma si risponde con la fede nell’antinomia, con la coscienza della molteplicità, col tormento delle contraddizioni che sono alla base dello spirito umano e si compongono solo sul piano della Storia”.

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