“La presenza della Chiesa sulle piattaforme digitali non è più un’opzione”. A dirlo è Rita Marchetti, vicepresidente di Weca (Associazione WebCattolici Italiani) e professoressa di Sociologia delle comunicazioni all’Università di Perugia. Il punto, però, non è esserci a ogni costo, ma capire come e perché.
Professoressa, perché oggi la Chiesa non può permettersi di stare fuori dal digitale?
“Perché ormai siamo tutti lì. Le piattaforme fanno parte della nostra quotidianità: usiamo lo smartphone per tutto, di fatto lo abbiamo in mano tutto il giorno. Non è un ‘altro continente’, come a volte si dice, perché ciò che accade online ha conseguenze molto concrete nella realtà. Se le persone stanno lì, la Chiesa deve esserci. Il problema non è la presenza, ma la consapevolezza”.
Quindi non è una scelta, ma una necessità?
“Esatto. Non è più una scelta. La Chiesa ha sempre compreso l’importanza dei media, anche quelli tradizionali, perché nel suo DNA c’è la missione di annunciare la buona notizia. Oggi la sfida è esserci conoscendo le logiche che regolano le piattaforme, soprattutto quando si parla ai giovani”.
Molti sacerdoti raccontano di essersi sentiti spaesati all’inizio. Serve una formazione specifica?
“Sì, assolutamente. Ma questo riguarda tutti, non solo i preti: famiglie, educatori, comunità. C’è bisogno di una formazione continua. Non esiste una ricetta valida per tutti, ma è chiaro che sacerdoti, religiosi e religiose hanno bisogno, come chiunque altro, di strumenti e competenze per stare nel digitale in modo consapevole”.
Oggi la formazione offerta è sufficiente?
“No, non basta. Ci sono iniziative utili – anche da parte di Weca, con tutorial e materiali – ma il bisogno resta enorme. Spesso queste esperienze restano frammentate. Servirebbe fare più rete e investire davvero su questo ambito, che non può essere lasciato alla buona volontà di chi è più portato o più sensibile”.
Casi come Ravagnani o, in passato, suor Cristina Scuccia, generano molto clamore. Aiutano il dibattito o lo impoveriscono?
“Fanno notizia perché viviamo nell’era della personalizzazione. Le piattaforme amplificano ciò che crea scandalo o polarizzazione. Non hanno a cuore il nostro bene: sono strumenti privati che rispondono a logiche di profitto. Per questo la formazione deve includere anche la consapevolezza di queste dinamiche, altrimenti ci si concentra su singoli casi e si perde di vista il quadro complessivo”.
Il rischio è confondere la visibilità con l’efficacia pastorale?
“Sì. L’algoritmo non è etico. Premia ciò che genera reazioni, non ciò che è giusto o vero. Se ci si concentra solo su numeri, follower e like, si perde l’obiettivo. Questo non significa rifiutare i social, ma usarli con lucidità”.
Dove nasce la “deriva” in alcuni casi?
“Quando manca l’ancoraggio a una comunità reale e la consapevolezza delle logiche delle piattaforme. È facile perdersi se non si tiene insieme il digitale con la vita concreta. I social sono strumenti utilissimi, ma solo se orientati a un fine chiaro”.


