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Sanremo, "un palco nelle mani
dei soggetti più potenti
dell'industria"

Il fondatore de La Tempesta Dischi:

"Il Festival è un sistema chiuso"

di Filippo Saggioro11 Febbraio 2026
11 Febbraio 2026
La Tempesta Dischi

La Tempesta Dischi | La Tempesta Dischi

La Tempesta Dischi è una delle etichette indipendenti più riconoscibili della scena musicale italiana e ha dimostrato che si può tenere insieme autonomia, sostenibilità economica e continuità progettuale, senza rinunciare a un’identità forte e riconoscibile. Il fondatore Enrico Molteni ha raccontato a Lumsanews i meccanismi che muovono la discografia italiana, mettendo in luce le sue zone d’ombra. 

Come nasce la vostra etichetta e con quale scopo?

La Tempesta Dischi nasce nei primi anni Duemila con l’idea di costruire uno spazio indipendente che permetta libertà artistica, controllo diretto sulle opere e una gestione sostenibile della musica, in contrasto con i modelli industriali più tradizionali. Fin dall’inizio, l’etichetta è pensata come un progetto culturale più ampio: un luogo in cui musica, immaginario visivo, comunicazione e senso di comunità si tengono insieme e si alimentano a vicenda. L’artista non viene visto come un prodotto da lanciare e consumare in fretta, ma come un percorso da seguire nel tempo. Il nostro scopo principale è dare agli artisti strumenti concreti per esprimersi in modo autentico, mantenendo il controllo sulle scelte artistiche e sul racconto del proprio lavoro”. 

Oggi, quali sono gli spazi più ambiti da artisti ed etichette, quelli in cui si cresce e ci si pubblicizza maggiormente?

“Oggi non si può parlare di un unico canale. Radio, concerti, festival, eventi, social network e collaborazioni fanno parte di un ecosistema comunicativo integrato, in cui ogni elemento svolge una funzione specifica. La dimensione live resta centrale per costruire un rapporto autentico con il pubblico, mentre festival ed eventi ampliano la visibilità. Radio e media tradizionali continuano a offrire legittimazione culturale, mentre i social permettono una narrazione diretta e continua. Negli ultimi anni alcuni artisti hanno dimostrato che è possibile rimettere in discussione l’uso dei social senza rinunciare alla visibilità. Il caso di Cameron Winter mostra come anche una presenza ridotta o non convenzionale possa diventare una scelta comunicativa coerente con l’identità artistica”. 

Quali sono le difficoltà e i vantaggi di un’etichetta indipendente in un mondo della musica sempre più in mano a poche major?

“Le difficoltà sono innanzitutto economiche. Le risorse sono limitate e questo obbliga a imparare a fare le cose bene attraverso le idee più che con i soldi. In fondo è sempre stato così: l’indipendenza nasce dalla necessità di inventare soluzioni, di arrangiarsi, di trasformare i limiti in linguaggio. Questa condizione, però, genera anche una forte empatia con il pubblico. I vantaggi dell’essere indipendenti stanno soprattutto nella libertà. Non dover rendere conto a nessuno permette di seguire la propria passione in modo diretto, libero e in parte romantico, al di fuori delle logiche di mercato”.

Quanto peso hanno le major nel mercato? Penso, per esempio, alle scelte dei cantanti in gara a Sanremo.

“Hanno un peso enorme, e si vede chiaramente in contesti come il Festival. A Sanremo non c’è spazio per artisti indipendenti: è vero che per salirci serve una struttura, ma è anche vero che quel palco è ormai completamente nelle mani dei soggetti più potenti dell’industria. Personalmente, Sanremo mi fa schifo. È un carrozzone enorme, globalizzato, distante anni luce da ciò che considero musica viva e necessaria. Quel tipo di esposizione non rappresenta l’indipendenza, né i suoi valori: rappresenta un sistema chiuso che parla soprattutto a se stesso”.

Si può dire che Sanremo è ormai una torta che si spartiscono le major a tavolino?

“Sì”.

Quali cambiamenti sarebbero necessari nel mondo della musica per creare un mercato libero da giochi di potere, che possa permettere agli artisti di gareggiare ad armi pari?

“Non credo sia questo il punto. Un artista può nascere indipendente e restarlo, oppure crescere e, se diventa molto grande, avere bisogno di una struttura capace e solida alle spalle. È un meccanismo che capisco e che, volendo, è anche giusto: a un certo livello servono organizzazione, mezzi, persone. Per me non si tratta di creare un mercato perfettamente equo, ma di scegliere dove stare. E io continuo a preferire stare ai margini, dove le cose accadono perché devono accadere, non perché qualcuno ha deciso che debbano funzionare”.

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