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Piani, infermiere in psichiatria: “La vera cura è la relazione”

di Alessio Garzina23 Febbraio 2026
23 Febbraio 2026

Il docente e infermiere in psichiatria Ercole Piani

Ercole Piani, infermiere in psichiatria e docente universitario, riflette sullo stato della salute mentale  in Italia, tra stigma, carenze del sistema pubblico e centralità della relazione di cura. 

Qual è la situazione della depressione in Italia?

“Il problema è fortemente presente e diminuisce la possibilità di assistenza e cura. Laddove non arriva il servizio pubblico, il paziente va nel privato, ma questo pecca di continuità assistenziale. Il lavoro che soprattutto gli infermieri fanno è quello di vicinanza: accompagnare, sostenere, entrare in empatia. Il farmaco fine a sé è uno strumento di potere. Solo con la parola, la riabilitazione e l’accompagnamento può diventare effettivamente uno strumento”.

Come si vive una diagnosi di depressione e il percorso di cura, soprattutto nei casi di ricovero?

“Le depressioni gravi non sono superiori al 2% della popolazione, ma le forme di tristezza e sofferenza psichica raggiungono il 20-25%. È una percentuale enorme, ma la maggior parte ha bisogno di colloquio e psicoterapia. I pazienti con  depressione significativa e veramente patologica, hanno bisogno di grande qualità di assistenza oltre il trattamento farmacologico: operatori che sappiano accompagnare, ascoltare, scegliere parole che aprono la comunicazione, che portino rispetto, delicatezza e sensibilità. Questa vicinanza è vera terapia”.

Quali sono i principali limiti della terapia farmacologica?

“Un paziente in terapia farmacologica, soprattutto nei primi periodi, deve essere molto accompagnato. È in crisi, si rivolge al servizio sanitario, vengono prescritte terapie antidepressive e quasi tutte hanno efficacia nell’arco di due-tre settimane. In quel lasso di tempo la persona non trova giovamento dal farmaco, ma deve trovare sostegno e empatia. La durata del trattamento è prolungata – nelle depressioni gravi almeno sei mesi –  e la fine del trattamento deve essere progressiva. Chi sospende improvvisamente va incontro a complicanze pesanti”. 

Cosa servirebbe davvero per cambiare direzione?

“La presa in carico. Operatori qualificati si costruiscono nel tempo, ma tutti potremmo essere operatori nella vicinanza e nell’ascolto. Però chi va a mangiare la pizza con un depresso? E invece è fondamentale questa vicinanza. Abbiamo due milioni di adolescenti con problemi psicologici, una crisi enorme. La scuola non ascolta l’insicurezza dei ragazzi, presa com’è dai risultati. Gli insegnanti dovrebbero fare corsi sull’assistenza adeguata alle problematiche dei giovani”.

A che punto siamo con la ricerca in Italia?

“Il dramma è che nel mondo della psichiatria non stiamo facendo grossi passi. C’è ricerca, ma rispetto ad altre patologie non siamo ancora a livelli adeguati. Serve una presa forte del mondo politico. Di fronte a questi dati — due milioni di adolescenti — siamo davanti a una crisi pazzesca. L’impoverimento delle relazioni umane nei giovani è drammatico: lo smartphone tutto il giorno porta una perdita di autenticità. Le relazioni sono povere, ma noi viviamo di relazioni. Se non condividiamo la vita e i problemi della vita, siamo persi. La depressione deve uscire dai binari della psichiatria, perché già solo sentire parlare di psichiatra spaventa”.

Nel quadro politico attuale, la salute mentale può tornare centrale?

“Ho paura che, di fronte alla crisi della sanità, si stia perdendo il servizio sanitario pubblico: liste d’attesa lunghissime, carenza di psichiatri che migrano nel privato. Nel Servizio Sanitario Nazionale la psichiatria è marginale. Il problema è che siamo tutti più depressi, ansiosi, più incapaci di guardare dentro di noi. È un mondo iperattivo: contano le cose fatte, l’eccellenza, la competizione. Diminuisce lo spazio della riflessione interiore. E spesso lo stigma è anche dentro la professione stessa””.

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