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HomeCronaca Psilocibina e leggi, Perduca: “Salute e ordine pubblico devono convivere”

Perduca: “Il problema vero
non è il quadro normativo
ma l’inerzia culturale”

Precedenti come la cannabis terapeutica

mostrano che il sistema può evolvere

di Alessio Garzina23 Febbraio 2026
23 Febbraio 2026

Marco Perduca dell'Associazione Luca Coscioni

Oggi la sperimentazione con la psilocibina riapre un dibattito che intreccia diritto alla salute, ordine pubblico e responsabilità politica. Ne parliamo con Marco Perduca, dell’Associazione Luca Coscioni.

L’Italia ha già affrontato casi simili con cannabis terapeutica e oppiacei. Cosa ci insegnano quei precedenti?

“Negli anni ’60-’70 l’Italia aveva già in corso sperimentazioni con molecole psichedeliche. Erano anni in cui non erano state adottate le convenzioni internazionali, quindi il quadro normativo era completamente diverso. Questo per dire che non è un’invenzione recente. Gli oppiacei sono riconosciuti dall’OMS come medicina essenziale dal 1972. Non si fanno sperimentazioni: si applicano nelle cure del dolore. Dal 2010 esiste una legge specifica sulle cure palliative che dovrebbe garantire l’accesso all’analgesico per eccellenza, la morfina. Nel 2007 è stata cancellata la cosiddetta ricetta gialla, che prevedeva registrazioni particolari ogni volta che si maneggiava una sostanza sotto controllo internazionale. Nel 2006 è stata introdotta la possibilità di prescrivere cannabinoidi terapeutici nei casi di resistenza agli altri farmaci disponibili. Non si è toccato la legge sulle droghe, ma si è chiarito il meccanismo per l’importazione e poi per la produzione in Italia. Quello che ha fatto il professor Martinotti a Chieti conferma che la normativa italiana consente questo tipo di sperimentazione. Siamo nel campo della sperimentazione per pazienti con depressione profonda resistente alle terapie ufficiali”. 

Quindi il nodo non è normativo?

“Esatto. Il nodo è assumersi la responsabilità di iniziare a livello sperimentale e interpretare le norme esistenti a favore del paziente. La legge Di Bella del 1996 consente al medico di prescrivere qualcosa di innovativo. Non c’è una norma che permetta una prescrizione continuativa della psilocibina, ma non essendocene una che lo proibisce, è consentito”.

Le norme sugli stupefacenti sono pensate per l’ordine pubblico o per la salute pubblica?

“Tutte e due. Ma la salute è personale. Ogni organismo reagisce in modo diverso. Da Paracelso sappiamo che è la dose a fare il veleno. Quello che può uccidere qualcuno può curare qualcun altro. La terminologia della ‘salute pubblica’ interessa l’apparato istituzionale, ma non restituisce la necessità di dialogo tra paziente e medico. Il problema è che l’ordine pubblico prende spesso il sopravvento. Le droghe, fuori dal contesto medico-scientifico, sono ritenute sempre pericolose. Eppure i dati mostrano che le overdose in Italia sono un decimo rispetto a dieci anni fa”.

L’attuale clima politico può rallentare eventuali approvazioni?

“Dubito che in Parlamento sappiano che una cosa del genere è in corso. Di fronte all’evidenza dell’efficacia della cannabis terapeutica nessun esponente politico ha chiesto di restringerne l’accesso. Abbiamo studi nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in Canada e in Svizzera che mostrano efficacia, anche con l’elemento allucinogeno accompagnato da psicoterapia e da un setting adeguato. In Inghilterra e negli Stati Uniti il contesto è parte integrante del trattamento: musica, due psicoterapeuti, ambienti non ospedalieri. Anche il setting aiuta il processo terapeutico”.

Gli italiani sono pronti ad accettare che una sostanza ritenuta illegale diventi una medicina?

“Dal 2017 come Associazione Luca Coscioni abbiamo iniziato a parlarne pubblicamente. Da quattro anni produciamo il podcast ‘Illuminismo psichedelico’, che ha contribuito a rompere il tabù. L’esempio della cannabis terapeutica insegna che, quando qualcosa funziona, le persone rivedono le proprie posizioni. Dal referendum del 1993 l’uso personale è sostanzialmente depenalizzato. Ora bisogna aumentare le evidenze e magari trovare figure pubbliche che aiutino a cambiare l’approccio culturale”.

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