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HomeCronaca Psilocibina contro la depressione resistente. Martinotti: “Prima volta in Italia”

Cure per la depressione
Martinotti: “Studio innovativo
confronta psilocibina e Tms”

Risultati positivi per i due pazienti

“Ma al momento siamo ancora all’inizio”

di Alessio Garzina23 Febbraio 2026
23 Febbraio 2026

Giovanni Martinotti, professore ordinario di Psichiatria presso l'Università di Chieti

La prima sperimentazione clinica in Italia con psilocibina per la depressione resistente è partita da poche settimane presso la Clinica Psichiatrica di Chieti. A guidare lo studio è lo psichiatra Giovanni Martinotti, ordinario all’università di Chieti e docente anche all’università Lumsa. L’obiettivo è valutare, con un protocollo scientifico specifico, l’efficacia della sostanza nei pazienti con forme di depressione che non rispondono alle terapie tradizionali. “Siamo in una fase esplorativa”, spiega, ma i primi segnali sono incoraggianti.

Professore, com’è nata la ricerca e a che punto siamo?

“La ricerca è partita da due settimane, abbiamo trattato due pazienti e nasce dall’idea di vedere in Italia, con un protocollo scientifico specifico, come l’uso di psilocibina influisce sulla depressione resistente. Ci sono dati soprattutto inglesi e di altri Paesi che iniziano a emergere in letteratura scientifica e noi siamo in una fase esplorativa rispetto a questa possibilità. Il nostro studio ha delle specificità, ad esempio il confronto con la stimolazione magnetica transcranica, che negli altri studi non è stato ancora fatto. L’elemento innovativo è che è la prima volta che nel nostro Paese si fa una sperimentazione del genere, con un protocollo differente rispetto a quelli adottati in altri Paesi. La specificità del confronto consiste nel mettere a paragone due trattamenti d’avanguardia per la depressione resistente: la psilocibina e la stimolazione magnetica transcranica ripetitiva (rTMS). Quest’ultima è una tecnica non invasiva che utilizza impulsi magnetici per stimolare aree cerebrali coinvolte nella regolazione dell’umore ed è già impiegata in ambito clinico in diversi Paesi”. 

E la psilocibina, invece?

“Agisce sul sistema serotoninergico, in particolare sul recettore 5-HT2A della serotonina, coinvolto nella modulazione dell’umore e della percezione. L’esperienza psichedelica sarebbe mediata proprio da questo recettore. La ricerca sta cercando di capire se l’effetto antidepressivo sia legato esclusivamente all’esperienza psichedelica o se possa dipendere da meccanismi biologici più profondi, come la plasticità neuronale e la riorganizzazione dei network cerebrali alterati nella depressione resistente. L’ipotesi è che i due trattamenti agiscano attraverso circuiti differenti e che, in un’ottica di psichiatria di precisione, possano essere indicati per profili di pazienti diversi”.

A che punto siete dal punto di vista clinico?

“In questo momento sta procedendo bene. Gli effetti sembrano essere positivi. Abbiamo trattato due pazienti, non ci sono state criticità particolari e stiamo andando nella direzione giusta, anche se è troppo presto per stabilire i benefici riscontrati. Non possiamo ancora trarre conclusioni”. 

Se i risultati fossero positivi, quali sarebbero i passaggi successivi?

“Dovrebbe essere valutato dalle agenzie governative. Un’azienda farmaceutica dovrebbe occuparsi della produzione e poi della messa in commercio. I passaggi sono ancora moltissimi”.

La psilocibina è attualmente inserita nelle tabelle delle sostanze stupefacenti previste dal Testo Unico: questa classificazione rappresenta oggi un ostacolo scientifico, regolatorio o soprattutto culturale?

“Regolatorio no, il nostro studio è stato approvato. Il discorso sta iniziando a entrare nel novero delle sostanze utilizzabili con dosaggi specifici e in pazienti ben selezionati. Culturalmente è chiaro che è un cambiamento, ma questa apertura verso gli psichedelici non può che essere più consistente nel tempo. Anche perché sono già molte le persone che vorrebbero avvicinarsi a questa possibilità. Ci chiamano da ogni dove”.

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