Daniele Fiorentino è professore ordinario di storia degli Stati Uniti presso l’Università Roma Tre e direttore del Centro interuniversitario di storia e politica euro-americana (Cispea). A Lumsanews contestualizza le tensioni internazionali degli ultimi anni, sotto l’influenza delle scelte di Donald Trump.
Quali sono gli eventi che hanno radicalmente cambiato le relazioni internazionali?
“Sicuramente la fine della Guerra fredda è stato l’inizio di una riformulazione complessiva per le grandi potenze con la fine dell’illusione di un sistema bipolare. Altro passaggio fondamentale è stato l’11 settembre 2001: l’attentato alle Torri gemelle ha contribuito a ridefinire le priorità della sicurezza statunitense. Questo ha influenzato i rapporti con l’Unione europea, anche se gli Usa l’hanno sempre spinta a pensare alla propria sicurezza e ad assumersi delle responsabilità”.
Come Donald Trump ha influenzato la politica estera statunitense?
“Trump ha impresso una svolta spostando l’asse in Medio oriente – uno spostamento che sarebbe avvenuto comunque, forse in tempi più lunghi e con più cautela. Mentre si disimpegna verso l’Europa, tenta di intervenire nel mondo arabo-musulmano nell’interesse economico, come dimostra la questione dello stretto di Hormuz. Sono pronti a pagarne il costo: in spesa militare, in danni all’economia interna, in vite umane”.
Non ci sono interessi economici anche nell’intervenire in Ucraina?
“Secondo alcuni analisti quella di Trump è una politica erratica, cerca di tenersi in equilibrio promuovendo la potenza americana senza esporla eccessivamente. Secondo altri in realtà si tratta di una strategia per disorientare e avere un vantaggio — la famosa politica del più pazzo del mondo. Io penso che la politica estera degli Usa in questo momento sia una politica aggressiva e decisa ad intervenire, ma anche poco solida e non orientata. Manca, almeno dall’amministrazione Obama, quello che gli studiosi chiamano il grand design, un disegno complessivo coerente e conseguente”.
L’Unione europea ha reagito in ritardo a questa politica disorientata?
“Sì, anche perché ormai è matura e può guidare la propria politica estera – che dovrebbe essere concordata, uniforme, condivisa, anzi portata a livello di coordinamento generale, non soggetta alle maggioranze del momento. Fino a che l’Europa non affronterà questo nodo, continuerà a soffrire di rimbalzo delle decisioni di Washington. Per questo il disimpegno degli Stati Uniti potrebbe rivelarsi un bene per l’Europa stessa”.
La maturità europea rischia di soffocare nella polarizzazione politica delle nazioni?
“Il problema vero è questo. Ci dovrebbe essere un filo conduttore, l’unità che si è trovata sulla moneta e su una parte delle finanze e dell’economia andrebbe applicata nella società. Il rischio altrimenti è continuare ad avere una politica erratica, a volte ostaggio di nazionalismi eccessivi. Sembra di essere tornati alle divisioni del Novecento: le similitudini sono inquietanti e su questo bisognerebbe un po’ riflettere. Guardare al passato ci dovrebbe far capire il presente”.
Servirebbe una svolta per completare l’unione dell’Europa. La paura di un pericolo esterno potrebbe essere una ragione sufficiente ad unirsi?
“Io penso che non dovrebbe esserlo, ma nella situazione attuale potrebbe aiutare. Non si dovrebbe fare una scelta unitaria così importante basandola sull’urgenza e sulla paura. Ma se questa urgenza e questa paura aiutano a rendere l’unione più stretta, benvenga”.


