“Non vogliamo fare la fine del topo che mangiava i gatti”. Cita una favola di Rodari il ministro Guido Crosetto per spiegare la scelta di incaricare l’ucraino Mykhailo Fedorov della consulenza per la difesa italiana. Una nomina definita “ridicola” dalla Russia attraverso la portavoce degli esteri Maria Zakharova. “Se Gianni Rodari fosse vivo ne scriverebbe una favola satirica”. Con questa decisione Crosetto lancia un messaggio: l’Italia si è accorta che la teoria non è più sufficiente. Proprio come scriveva Rodari, “studiare sui libri non basta: ci vuole anche l’esperienza. Non tutti i gatti sono fatti di carta”.
Investimenti, piani europei e strategie diplomatiche: cosa muove la macchina militare
Non per niente la spesa militare italiana – a cui è indirizzato il 2,6% delle risorse statali – ha registrato un aumento di finanziamenti, come riporta il Documento programmatico del Ministero della Difesa: negli ultimi cinque anni si è passati da 15,32 a 22,48 miliardi di euro. Nel frattempo la Commissione europea di Ursula von der Leyen ha lanciato il piano Rearm Europe, che mette a disposizione della difesa dei Paesi membri 800 miliardi. Gli investimenti aumentano seguendo una tendenza che sembra irreversibile: “La competizione globale è diventata multidimensionale – spiega Gianluca Pastori, docente dell’Ispi – e l’ambito economico è diventato inscindibile da quello militare”.
Eppure non sono solo i soldi a muovere la macchina militare. Guardando agli ultimi anni, sembra evidente che i Paesi europei sentano una pressione concreta sul tema della sicurezza. L’idea di distribuire “kit di guerra” per i cittadini non è nuova – lanciata già a marzo 2025 dall’Unione europea – ed è stata ripresa ad agosto dal Regno Unito con una campagna pubblica di “resilienza nazionale”.
Se per alcuni analisti queste mosse rientrano in una strategia diplomatica, per altri si rischia di entrare nel vortice dell’escalation. Una posizione sostenuta da Aoi, associazione parte della Rete italiana pace e disarmo: “La sicurezza globale dipende dalla cooperazione internazionale – dice Paola Berbeglia, vicepresidente di Aoi. – Si tratta di avere uno scambio basato sui diritti umani, che non sono aspirazioni utopiche ma principi costituzionali”.
Le nuove frontiere della guerra
Dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, l’Europa ha dovuto scegliere se adottare la via dei negoziati accondiscendenti o porre dei punti fermi. Le sanzioni economiche al Paese invasore e i pacchetti di aiuto – militare e civile – al Paese invaso sono stati chiari segnali a cui il Cremlino ha reagito con dichiarazioni pubbliche e, probabilmente, con incursioni aeree e azioni di sabotaggio ancora non rivendicate. Eppure su questo l’Unione europea non ha dubbi: basti pensare all’accusa ufficiale fatta a Mosca dal governo tedesco riguardo al drone-bomba ritrovato inesploso all’aeroporto di Lipsia.
I conflitti internazionali sembrano moltiplicare in questi ultimi anni, ma in realtà lo scontro è iniziato già da tempo nel terreno della cybersicurezza. Secondo Pastori, si tratta di “uno scenario all’interno del quale si sfogano tante tensioni, che però rischia di essere sottovalutato perché non c’è l’effetto del soldato o del cittadino morto. Eppure un attacco informatico contro una rete energetica o una rete di trasporti rischierebbe di provocare perdite materiali e persino umane”.
Anche per questo sono sempre più necessarie tecnologie militari integrate, come spiega Alfredo Vinciguerra, responsabile delle campagne strategiche dell’azienda Leonardo: “Anche se la difesa aerea rimane la priorità più alta, il conflitto russo-ucraino ha portato nuove esigenze. Vengono richiesti in maniera importante droni, tecnologie di cyber security e di intelligenza artificiale”. Le applicazioni dell’Ia riguardano soprattutto la raccolta e l’elaborazione dei dati, ma anche lo sviluppo di macchine in grado di prendere decisioni senza supervisione umana. “Si sta studiando l’uso di mezzi autonomi” continua Vinciguerra, “soprattutto per le zone più pericolose dei campi di battaglia. Questo permetterebbe di limitare il rischio di perdite umane”.
Rischi e opportunità di un altro equilibrio
In questo clima teso, c’è un attore che sembra volersi disimpegnare dai problemi di sicurezza mondiale: gli Stati Uniti di Donald Trump. “Sicuramente Trump ha impresso una svolta alla politica estera americana e al rapporto con l’Europa – dice Daniele Fiorentino, docente di storia statunitense – spostando l’asse degli interessi economici in Medio oriente”. Se questo spostamento sta lasciando più spazio d’azione alla Russia, d’altra parte sta spingendo l’Unione europea a prendere in mano la propria situazione. Come afferma Fiorentino, l’Ue “è ormai matura e può guidare la propria politica estera in modo concordato, uniforme e condiviso”.
La mossa di Guido Crosetto – chiamare Fedorov a innovare la difesa italiana – potrebbe avere conseguenze anche a livello europeo, come spiega il generale Michele Risi: “Non è stato scelto solo un esperto di droni, ma un riformatore. L’ex ministro della difesa ucraino ha accelerato il processo di produzione dei sistemi d’arma, che vengono testati direttamente dai militari. L’Unione Europea stessa sta cercando di ricreare questo sistema, perché ora come ora i tempi di acquisizione delle armi sono insostenibili”.
L’Europa riuscirà a unirsi veramente solo per paura dello spettro di una guerra? “Bisogna tenere a mente una cosa importante – sottolinea Pastori –: le armi servono sempre per una soluzione diplomatica. Devono rimanere uno strumento per perseguire fini dettati dalla politica”. Per l’Ue la svolta può arrivare attraverso la definizione di una politica comune che riguardi l’intera società e che non rimanga sulla carta, dove rischia di sparire rosicchiata dai topi.


