TEHERAN – Sulle prove di dialogo con Teheran annunciate da Donald Trump piomba subito la smentita del regime. Il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, Mohsen Rezaei, ha respinto l’ipotesi di tornare a trattare con gli Usa per porre fine alla guerra, dopo la mano tesa del presidente americano che lunedì scorso – 14 settembre – aveva manifestato la sua intenzione di riaprire i colloqui.
Il rifiuto di Teheran
“L’Iran, ormai in declino, vuole raggiungere un accordo, in fretta e con urgenza”, aveva scritto Trump sulla sua piattaforma Truth, spiegando così la sua decisione di un’eventuale riapertura. Non è tardata la risposta del capo del massimo organo di sicurezza iraniano: “Non lasciatevi distrarre dai segnali contrastanti del presidente americano, che alterna ‘nessun negoziato’ e ‘siamo pronti a parlare’ con l’Iran”, ha scritto su X Rezaei, rifiutando qualsiasi trattativa che non soddisfi pienamente le condizioni dell’Iran.
Il nodo su cui la Repubblica Islamica non intende fare dietrofront è la richiesta a Washington di mettere fine in maniera definitiva al conflitto, interrompendo qualsiasi aggressione contro l’Iran e i suoi alleati nella regione, compreso il movimento paramilitare islamista Hezbollah in Libano. Un altro punto cruciale riguarda il traffico marittimo, che Teheran vorrebbe liberare dal blocco imposto ai porti. Il regime iraniano chiede inoltre un risarcimento completo per i danni di guerra, la revoca delle sanzioni contro la propria economia e lo sblocco incondizionato dei suoi beni congelati all’estero.
La smentita del Pentagono
Smentite anche le dichiarazioni del presidente americano su un presunto vantaggio di componenti militari, dopo la diffusione di notizie riguardanti una possibile razionalizzazione nell’uso di missili intercettori da parte del governo statunitense.
A sgonfiare la tesi sostenuta dall’amministrazione Trump negli ultimi mesi è lo stesso Pentagono, che ha constatato una carenza di munizioni e di scorte strategiche impiegate nella guerra contro l’Iran. Secondo il rapporto dell’Ispettore generale del Pentagono tra il 28 febbraio e il 30 giugno, l’Operazione Epic Fury contro l’Iran è costata circa 33,4 miliardi di dollari, di cui 22,3 miliardi spesi unicamente per i proiettili utilizzati.
Dal documento emerge inoltre che, nonostante il massiccio impiego di intercettori, gli attacchi iraniani hanno continuato a danneggiare e distruggere centinaia di edifici e strutture nelle basi statunitensi nella regione, mettendo così sotto pressione la difesa Usa.


