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La vita oltre i campi nomadi: storie di comunità rom in cambiamento

di Lumsanews30 Ottobre 2026
30 Ottobre 2026
rom

Il volontario Marco Brazzoduro gioca con Alice, figlia di Smeralda e Andrea, davanti al box in cui vivono tutti e tre nel campo di via di Salone

di Greta Giglio

Raggiungere i campi attrezzati costruiti dal comune di Roma non è semplice. Situati in aree lontane e poco collegate al centro, sono spesso isolati dalla vita delle zone urbane. Nella periferia est, l’insediamento di via di Salone è sospeso tra asfalto stradale e vegetazione abbandonata a se stessa. Le grate che circondano il campo segnano il netto confine tra fuori e dentro. Per entrare bisogna superare un cancello, e all’interno si percorre un viale con decine di box. Molti ormai sono vuoti, rispetto al passato sono rimaste poche famiglie: “Un tempo qui vivevamo in centinaia. Ognuno veniva da Paesi diversi e la convivenza era difficile” dice Nagiba, una romnì (donna nella lingua dei rom) che oggi non vive più al campo. “È un posto che ti rende cattivo, anche se non lo sei” racconta, mentre va al suo vecchio box. 

Nagiba non ha bei ricordi qui, ma torna per una necessità essenziale: l’acqua. Con la sua famiglia ora abita da cinque anni in una roulotte, in un terreno dove non hanno acqua corrente. “Però io lo preferisco, vivere nel campo era diventato insostenibile. I miei bambini vanno a scuola e stanno costruendo il loro futuro più serenamente. Io volevo questo per loro… stare qui li esponeva a rischi seri”. Per Nagiba la pulizia è fondamentale e attinge a fonti di acqua come può. Per lavare i panni torna al campo, dove l’unico oggetto rimasto dentro il suo box è la lavatrice. Da grossi sacchi neri tira fuori i panni e, con pazienza, lava e stende. 

Il box abbandonato di Nagiba, dove l’unico oggetto rimasto funzionante è la lavatrice

Si commuove mentre ricorda i giorni difficili passati in questo luogo. Ne parla con Marco Brazzoduro, un gadjé (non-rom) amico di queste comunità da trent’anni. Professore universitario in pensione, ha fondato l’associazione Cittadinanza e minoranze e dedica la sua vita a mediare tra i rom e le pubbliche amministrazioni. “I campi di Roma sono stati suddivisi tra le diverse associazioni che si occupano di supportare queste comunità” spiega. Negli ultimi anni tante famiglie sono riuscite ad andare via e la maggior parte ora vive nelle case popolari. Ma per arrivarci il percorso burocratico è lungo e spesso labirintico. Marco offre un aiuto concreto e quotidiano a chi dal campo deve ancora uscire: quando viene a visitarlo, sono soprattutto le donne a chiamarlo dai cortili e a chiedergli se ha novità sui loro documenti o se sa a che altezza della graduatoria si trovi la loro domanda per la casa popolare.

“Io voglio uscire da questo campo, non ce la faccio più a stare qua” dice una ragazza, cercando di trattenere la frustrazione. “La gente ci dice che dobbiamo andarcene, ma dove andiamo?”. Per entrare nella lista delle case popolari sono necessari una serie di requisiti e bisogna comunque attendere che l’abitazione sia disponibile, in uno stato di sospensione che può durare anni. Il lavoro che c’è da fare per risolvere questa emergenza abitativa passa dagli uffici comunali ma parte da lontano. Molti di quelli che fanno parte delle comunità dei campi sono rom immigrati durante la disgregazione dell’ex Jugoslavia negli anni Novanta, fuggiti da guerre feroci ma anche da Paesi nelle cui società erano generalmente integrati. In Italia, invece, anche solo trovare lavoro significa andare incontro a molte difficoltà.

Marco Brazzoduro con un’anziana romnì al campo di via di Salone

“Quando mi propongo per un lavoro” racconta Laura, affacciandosi timidamente dalla sua roulotte a via di Salone, “vedono il mio cognome, capiscono che sono zingara e non mi assumono. Voi italiani fate bene a non fidarvi, la mia non è bella gente. Solo che non siamo tutti così”. Marco conosce bene la sua storia, la vede ripetersi spesso: “Tante delle loro storie sono difficili e di fronte alla burocrazia statale finiscono per scoraggiarsi. Dopo un po’ rinunciano a legalizzare il proprio status”. La cura che Marco pone nell’aiuto offerto ogni giorno combatte proprio questa rassegnazione. Altri volontari lo tacciano di assistenzialismo, ma per lui si tratta di dare a uomini e donne una base essenziale da cui partire, un riconoscimento da parte dello Stato di essere persone con una dignità. “Da qui potranno poi prendere le loro decisioni in modo consapevole. Non nego che ci siano problemi di microcriminalità, anche tra i giovanissimi. Bisogna cambiare il contesto per risolvere questo problema”.

Del resto non lo negano neanche le romnià. Ci sono ragazzi e ragazze che rubano perché richiesto in famiglia ma, molto più spesso, lo fanno come ribellione alla famiglia stessa. Nessuna “tradizione rom” è dedita al furto, espediente diffuso in ogni situazione di disagio. Marco ne è convinto, nonostante lui stesso abbia subito danni da giovani rom sia alla tenace automobile con cui gira tra il campo e i municipi, sia dentro casa sua. Rimane lucido, anche di fronte a episodi come questi, forse perché conosce i rom da tanti anni e perché il legame che ha costruito con queste comunità non può essere sciolto facilmente. 

D’altronde ci sono storie che continuano a dare speranza, come quella di Smeralda e Andrea, due giovani di trent’anni che hanno appena avuto una bambina, Alice, nata a Roma da qualche mese ma ancora priva di carta di identità. La priorità di questa famiglia è mettere in regola lo stato giuridico della piccola perché, dicono i suoi genitori, “senza un documento è come se non esistessi”. Con occhi seri e curiosi, Alice osserva il mondo fuori dal finestrino della macchina di Marco mentre andiamo al Municipio I. Qui ogni cosa è complicata: passano minuti di frenesia per capire se e come ad Alice possa essere rilasciato il documento. Per Andrea, anche lui senza carta d’identità, la situazione è frustrante. “A me non hanno riconosciuto alcun documento perché alla mia famiglia non è mai importato. Io invece ho voluto riconoscere la mia bambina e ora il risultato è che non può essere messa in regola? Cosa dovevo fare, non riconoscerla?”. Nonostante lo sconforto, Alice resta al centro dei pensieri dei due genitori che a turno la prendono in braccio, distraendola con giochi improvvisati.

Smeralda e Andrea con la figlia Alice al Municipio I di Roma

Anche se gli uffici non sempre sono disposti a cercare soluzioni, Marco non si scompone. Negli anni ha imparato a muoversi bene tra cavilli amministrativi e ostacoli burocratici e alla fine la carta d’identità viene rilasciata. Tornati al campo di via di Salone, Andrea e Smeralda ci invitano a pranzo. Il loro box a via di Salone è piccolo e rovinato dall’umidità, eppure sembra accogliente, alcune tende colorate a coprire le pareti e sui mobili gli oggetti che raccontano la loro vita. Marco Brazzoduro non si dimentica delle loro storie quando parla dei rom a chi gli chiede se una via d’uscita al disagio che provano è possibile. Lui stesso, forse non accorgendosene fino in fondo, è parte fondamentale di questo percorso. Se la strada da fare è ancora lunga, è anche vero che sono ancora molte le storie che possono trovare nuovi inizi, ancora da raccontare.

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