“Uscivo da scuola e tornavo a casa. Non avevo voglia di vedere nessuno. Ma, soprattutto, non sapevo dove andare”. Le parole di Lorenzo, nome di fantasia, non raccontano un caso isolato in Valdarno. Qui, a nord ovest di Arezzo, chi lavora ogni giorno con gli adolescenti del territorio se lo sente ripetere più spesso di quanto vorrebbe. Negli ultimi anni, specie dopo il Covid, l’apatia e la solitudine sono diventate un’esperienza sempre più comune tra i ragazzi della zona. Un fenomeno che non stupisce, vista la situazione della salute mentale degli adolescenti in Toscana.
I numeri di una fragilità in crescita
In dieci anni i ricoveri psichiatrici tra bambini e giovani sono quasi raddoppiati, passando da 37,5 ogni 10mila minori nel 2016 a 73,4 nel 2025. Secondo l’indagine promossa dall’Ordine dei medici della provincia di Firenze e dell’Agenzia regionale di sanità, ansia, depressione, disturbi alimentari e autolesionismo sono ormai le situazioni che medici di famiglia e pediatri incontrano con maggiore frequenza. Si tratta solo della parte più acuta del fenomeno. Il disagio nella maggior parte dei casi si insinua nei percorsi scolastici, nelle relazioni, nella partecipazione alla vita sociale. Nella provincia di Arezzo, il rapporto 2024 di Oxfam sulla dispersione scolastica racconta che il 20,1% degli iscritti alle scuole superiori non arriva al diploma e che il 15,3% accumula ritardi significativi. Numeri diversi tra loro, che finiscono però per raccontare la stessa cosa: ragazzi che, poco alla volta, perdono punti di riferimento.
RICOVERI PSICHIATRICI (OGNI 10MILA MINORI)
I NUMERI DELLA DISPERSIONE SCOLASTICA
L’urgenza di uno spazio quotidiano
A San Giovanni Valdarno quel disagio è diventato visibile anche attraverso alcuni casi di cronaca. Negli ultimi anni questa cittadina di poco più di 16mila abitanti ha dovuto fare i conti in più di un’occasione con episodi di violenza che hanno coinvolto direttamente i più piccoli, tra cui un accoltellamento che ha profondamente colpito la comunità. Anche uno dei principali luoghi di aggregazione del paese, l’oratorio Don Bosco, nell’ottobre 2021 è stato costretto a chiudere temporaneamente. Volontari e educatori si sono trovati sempre più soli nel gestire ragazzi protagonisti di episodi di bullismo, violenza e vandalismo, diventati così frequenti da rendere spesso impossibile individuare i responsabili perché protetti dalla forza del “branco”. Segnali, insieme agli avvertimenti di scuole e famiglie, che hanno spinto istituzioni, scuole e servizi sociali a porsi una domanda diversa: cosa succede prima che un ragazzo arrivi a quel punto?
“I ragazzi ci dicevano che mancavano luoghi dove potersi incontrare. Continuavamo a raccogliere sempre lo stesso bisogno”, racconta Gabriele Rossi, responsabile dei Servizi sociali del Comune. “Le scuole, dal canto loro, ci segnalavano quanto fosse diventato difficile coinvolgere le famiglie quando emergevano situazioni di fragilità. E se non riesci a costruire quell’alleanza educativa, intervenire in tempo diventa molto più complicato”. Il tema, per Rossi, non è solo una questione di spazi fisici, ma di modello di intervento. Aspettare che siano i giovani a chiedere aiuto significa, spesso, arrivare tardi, a volte troppo, come nei casi del ritiro sociale, quando chi soffre smette di frequentare qualsiasi luogo, scuola compresa, prima ancora di entrare in contatto con i servizi.

Un posto dove restare
È da questa urgenza che nasce il Teen Hub, uno spazio nel centro storico del comune toscano pensato per ragazzi tra gli 11 e i 21 anni, dove scuola, servizi sociali, sanità e terzo settore condivideranno lo stesso tetto invece di restare separati. Il finanziamento è di oltre 3,6 milioni di euro, stanziati dal programma nazionale “DesTEENazione”, promosso dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con il fondo sociale europeo Plus. Uno dei 92 progetti simili finanziati in tutta Italia, per un investimento complessivo che il via Veneto stima in oltre 300 milioni di euro.
Alice Bernini, psicologa e coordinatrice strategico-programmatica del progetto, lo dice chiaramente: mettere i servizi sotto lo stesso tetto non basta, se i ragazzi non hanno voglia di entrarci. “Questo hub non dovrà essere percepito come un luogo per chi ha un problema”, spiega. “L’idea è costruire uno spazio aperto, dove un ragazzo possa entrare perché ha voglia di fermarsi, studiare, partecipare a un laboratorio o semplicemente stare con altri giovani. Se quel luogo diventa parte della quotidianità, allora può trasformarsi anche in un’occasione per intercettare precocemente situazioni di fragilità”. Il countdown verso l’apertura, fissata per febbraio 2027, non ferma il resto. Gli educatori di strada entreranno nei luoghi frequentati dagli adolescenti, mentre nelle scuole superiori prenderanno forma percorsi di partecipazione in cui saranno gli stessi studenti, affiancati da operatori sociali, a progettare iniziative per i loro coetanei.
Un nuovo modello di welfare territoriale
È la stessa visione di welfare territoriale, allargata dall’aula alla città, che guida anche l’amministrazione. “Alla base di tutto c’è un’idea di comunità che sceglie di prendersi cura dell’adolescenza, mettendo insieme istituzioni, servizi e terzo settore”, racconta la sindaca Valentina Vadi. “L’obiettivo è creare un luogo in cui i ragazzi possano trovare occasioni di socialità, confronto e crescita personale, perché il benessere – spiega – non riguarda solo la salute, ma anche la qualità delle relazioni”. Il Teen Hub è anche questo, la prova concreta di cosa intendono sulla carta le politiche di coesione europee. Portare risorse pubbliche dove i territori, da soli, non arriverebbero e trasformarle in reti capaci di intercettare i bisogni prima che diventino emergenze. Se sia bastato, lo si saprà tra qualche mese, quando le porte apriranno davvero. Ma soprattutto lo si capirà da un dettaglio: se ragazzi come Lorenzo cominceranno a entrarci di loro iniziativa, prima ancora che qualcuno si accorga che c’è qualcosa che non va.


