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Crescere consumando meno
la scommessa
che il Pil non sa misurare

di Giacomo Basile16 Settembre 2026
16 Settembre 2026
Pil

Una raffineria petrolchimica | Foto Pixabay

Il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Lo aveva già capito il senatore americano Robert F. Kennedy, fratello del 35º presidente degli Stati Uniti, nel marzo del 1968, pochi mesi prima della sua morte. Vedere aumentare l’indicatore del prodotto interno lordo è stata la missione principale delle politiche economiche liberali per più di mezzo secolo, ma la ricerca della crescita ci ha portato a toccare con mano i limiti imposti dal Pianeta. Limiti che hanno generato interrogativi sul rapporto tra produzione e sostenibilità: chi deve crescere, cos’è la prosperità e, soprattutto, è possibile aumentare il benessere senza intensificare la pressione sull’ambiente?

La sfiducia nelle teorie green

Negli anni, parole come “decrescita”, “crescita verde” e “post crescita” hanno riempito i discorsi degli esponenti della governance europea e popolato i manuali di economia dello sviluppo. Allo stesso tempo, il dibattito è scivolato sempre più verso lo scontro ideologico e una consistente parte dell’opinione pubblica ha finito per guardare con sospetto ai modelli di sviluppo sostenibile. Un sondaggio di Eurofound del 2025 ha rilevato che oltre il 30% degli intervistati non crede nei benefici di una possibile transizione verde. La comunità scientifica ha individuato il nocciolo del problema: la relazione tra crescita economica e consumo massiccio di risorse. La domanda riguarda proprio il “disaccoppiamento” di queste due variabili.   

L’efficientamento energetico è una risorsa ma non una soluzione

Secondo Donato Berardi, esperto di transizione verde e direttore di Ref, think tank che si occupa di consulenza sui consumi aziendali, una parte della risposta passa dall’efficienza energetica e da un minor impiego di risorse a parità di produzione. Questo però potrebbe non bastare. “Negli ultimi vent’anni, a livello europeo, abbiamo lavorato molto per migliorare l’efficienza, l’utilizzo della materia e ridurre le emissioni”, spiega Berardi. Tra il 2010 e il 2023, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, il Pil reale pro capite dell’Ue è cresciuto del 17%, l’impronta ambientale dei consumi di soli cinque punti. Un disaccoppiamento relativo positivo, ma insufficiente di fronte a un “fabbisogno energetico che cresce ogni giorno”. L’Iea stima che la domanda di elettricità aumenterà di almeno 19 punti percentuali entro il 2030, trainata anche dall’intelligenza artificiale: i data center raddoppieranno i consumi, da circa 485 TWh nel 2025 a 950 TWh nel 2030.

Disuguaglianze e consumi

Il disaccoppiamento, dunque, non è una formula magica: significa produrre di più consumando meno, ma anche chiedersi se sia possibile mantenere gli stessi livelli di produzione ovunque. Qui emerge la parte più scomoda della questione. Mentre l’Occidente gode dei benefici di una industrializzazione che ha contribuito alla crisi ambientale, una larga parte della popolazione mondiale aspira ancora agli stessi livelli di sviluppo. Il problema è come soddisfare queste esigenze senza replicare un modello ormai insostenibile.

Una decrescita a intensità variabili

Se il disaccoppiamento non basta, la decrescita potrebbe essere un passo ulteriore che, però, rischia di acuire le disuguaglianze. Johan Rockström, noto ecologo svedese, ha affrontato la questione in una pubblicazione su Nature: fissare un tetto globale ai consumi non è una scelta etica. Il professore suggerisce di lasciare più spazio ai Paesi in via di sviluppo e chiedere alle economie ricche di rallentare crescita e produzione. Una soluzione di compromesso che però difficilmente potrebbe essere accettata dalle grandi economie. 

Berardi insiste su questo punto: “Non possiamo privare gli altri” della possibilità di svilupparsi. Per questo i Paesi più ricchi dovrebbero rinunciare almeno ai consumi meno necessari: dagli armadi pieni di vestiti che usiamo poco al ricorso all’intelligenza artificiale per attività banali, nonostante il consumo di energia e risorse. Non è solo una questione morale: se l’Europa è “uno dei driver del consumo globale”, modificare la domanda può incidere anche su chi produce. “Se cambiamo i nostri comportamenti, implicitamente obblighiamo anche quei Paesi ad aggiustare i loro metodi di produzione”.

La Cina come esempio di disaccoppiamento relativo

Un caso interessante, tra le economie in sviluppo, è la Cina. Negli ultimi decenni la forte industrializzazione e urbanizzazione, insieme all’aumento dei redditi, hanno strappato dalla povertà milioni di persone. La crescita economica, però, è stata molto più rapida di quella dei consumi energetici: non un decoupling assoluto, perché il consumo totale di energia ha continuato ad aumentare, ma oggi serve molta meno energia per produrre la stessa quantità di Pil. Secondo l’Apec, tra il 2005 e il 2021 l’intensità energetica dell’economia cinese è diminuita del 46%.

La riforestazione che genera valore economico

Un altro esempio è la Costa Rica, che non ha puntato solo a rendere più efficiente la produzione, ma ha provato a ridefinire ciò che può generare valore economico. Negli anni Novanta lo Stato centroamericano ha iniziato a pagare gli agricoltori per conservare o ripristinare le foreste, riconoscendo un valore ai benefici che producono, dalla tutela dell’acqua all’assorbimento della CO₂. La copertura forestale, scesa al 21% del territorio nel 1987, è oggi vicina al 60%. La tutela della natura è diventata così non soltanto un costo, ma anche un’attività capace di reddito.

Andare oltre il Pil

In Italia, l’idea di andare oltre il Pil, includendo indicatori ambientali e sociali, è stata portata avanti soprattutto dalle imprese con bilanci di sostenibilità e rendicontazioni non finanziarie, che valutano anche le esternalità negative dell’attività produttiva. Per Berardi “rendere progressivamente più consapevoli gli operatori economici” può avere effetti benefici anche sui consumatori. Il rischio, altrimenti, è che la sostenibilità diventi una mera questione di schieramento e che le politiche ambientali siano percepite solo come una rinuncia al benessere. Secondo Berardi bisogna affiancare “il principio etico alla capacità di costruire il consenso, con misure accettabili e sostenibili per portarsi dietro tutti quanti”. La crescita, quindi, non è il nemico e la decrescita non è l’unica soluzione.

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